Offside! Anche la favola di Curaçao è appena entrata nel libro delle grandi imprese del calcio mondiale. Il piccolo stato caraibico, 185mila abitanti, si qualifica per la prima volta in assoluto alla Coppa del Mondo grazie allo 0-0 contro la Giamaica. Il tecnico è un nome enorme del calcio europeo: Dick Advocaat, 78 anni, alla sua settima nazionale allenata.
Un risultato storico: dopo l’impresa di Capo Verde, Curaçao diventa il Paese più piccolo per popolazione a qualificarsi a un Mondiale. In Nord e Centro America festeggiano anche Panama (3-0 a El Salvador, primo posto nel girone A) e Haiti, che torna al Mondiale dopo 52 anni.
Insomma: il calcio globale è sempre più sorprendente. E questo è un bene. Ma proprio per questo, oggi una riflessione diventa inevitabile.
Gattuso, le polemiche e una domanda più grande
Negli ultimi giorni ha fatto discutere lo sfogo del CT dell’Italia Rino Gattuso, che ha detto: “Ai miei tempi le nazionali africane al Mondiale erano meno”. La frase, al netto di slogan imprecisi e meme fuori contesto, contiene un fondo di verità tecnica: il Mondiale 2026 a 48 squadre ha cambiato tutto, ridistribuendo posti e potenzialmente abbassando il livello medio della competizione.
Ma il punto non è questo. Il punto è un altro, ben più interessante: il sistema di qualificazione europeo è il più feroce, duro e punitivo del mondo e forse non è più sostenibile.

L’Italia fuori mentre il resto del mondo vola. Non è ingiusto, ma è un problema di sistema
Mettiamola giù chiara, senza fraintendimenti: Curaçao, Capo Verde, Haiti, Panama e tutte le altre che si qualificano ci vanno perché se lo meritano. Punto. Nessuno toglie nulla a nessuno. Il problema non è che vadano loro. Il problema è che l’Europa ha un format che non regge più il confronto con le altre confederazioni.
In Sudamerica nelle qualificazioni CONMEBOL 10 squadre lottano per un numero di posti molto più accessibile e un percorso che valorizza il merito lungo un arco temporale ampio. In Nord e Centro America la struttura delle qualificazioni è progressiva e “protegge” le big attraverso fasi successive. In Africa il sistema è articolato, con molte squadre che si scontrano in più turni. In Asia il cammino è lungo ma equilibrato.
In Europa, invece, 50 e più nazionali si contendono un numero estremamente limitato di posti, spesso all’interno di gironi ristretti in cui basta una singola partita storta per compromettere anni di lavoro (vedi l’Italia con la Norvegia). Non esistono meccanismi che attenuino la casualità o che tengano conto del peso storico, tecnico e competitivo delle varie nazioni.
Risultato: una nazionale con 4 stelle sul petto, quasi 60 milioni di abitanti e una storia immensa rischia ogni volta di restare fuori. Non perché altre siano meno meritevoli, ma perché il percorso europeo è progettato male.
Serve una riforma
Il calcio mondiale è cambiato, ma il sistema europeo è rimasto sostanzialmente identico. L’idea di un girone unico UEFA, sul modello sudamericano, sarebbe più equa, più meritocratica e più aderente al valore delle squadre.
Oppure si potrebbero introdurre fasce semi-permanenti basate sul ranking, come avviene altrove, per evitare che big e super big si eliminino tra loro già nelle qualificazioni.
Non si tratta di privilegiare qualcuno, ma di allineare l’Europa alle altre confederazioni e rendere il sistema più logico, coerente e moderno.
Piccoli o grandi, il Mondiale è di tutti, ma il cammino deve essere giusto
La magia di Curaçao, come quella di Capo Verde, è una ricchezza. Il calcio vive di imprese così. La globalizzazione del talento e la crescita dei piccoli Stati sono realtà da abbracciare e non da temere.
Qui non si discute chi ci arriva, ma di come ci si arriva. E oggi, più che mai, il “come” europeo non sembra all’altezza di un calcio che viene plasmato per essere sempre più mondiale.