Offside! Quando siamo ormai agli sgoccioli della stagione 25-26, per l’Arsenal non è più una corsa contro gli altri, ma una corsa contro se stesso. Contro tutto quello che questo club è stato, ha promesso, ha sfiorato e non ha mai davvero preso.
A due giornate dalla fine della Premier League, infatti, i Gunners sono primi con due punti di vantaggio sul Manchester City. Il 30 maggio a Budapest giocheranno la finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. I londinesi possono vincere tutto e centrare un double storico. Il tipo di stagione che riscrive la storia di un club e si racconta per decenni.
Ed è proprio qui che inizia il confronto vero. Non contro gli altri, ma contro se stesso e la propria storia…
Dagli Invincibles all’Arsenal-lol
Da anni in Inghilterra i Gunners sono il bersaglio preferito dell’ironia calcistica, l’Arsenal-lol, la squadra più brava ad avvicinarsi senza mai arrivare. Una squadra capace di essere competitiva, a tratti brillante, ma raramente una delle pretendenti ogni anno. Sullo sfondo, sempre più lontana come una fotografia ingiallita, la Premier League degli Invincibili di Arsène Wenger nel 2003-2004: l’ultimo grande atto, l’ultimo momento in cui l’Arsenal è stato davvero più forte di tutto e di tutti, senza se e senza ma. Da lì in poi, il vuoto.
Negli ultimi anni con Mikel Arteta in panchina, non il fallimento, non la mediocrità, ma la ripetizione del “quasi compiuto”. Secondo posto, secondo posto, secondo posto. Tre stagioni di fila. Non crisi, non collasso: solo quel maledetto gradino sotto al primo, ogni volta, con la stessa sensazione di incompiutezza. Il “quasi” elevato alla massima potenza.
La Champions League
E la Champions? L’Arsenal non l’ha mai vinta. Mai. L’unica finale, nel 2006 contro il Barcellona, è finita male. Un’occasione mancata che non va evocata come un merito o un precedente glorioso. È solo un’altra voce nello stesso registro, un’altra cicatrice nello stesso posto. Vent’anni fa l’Arsenal era lì, a un passo e ha perso lo stesso.
Oggi il contesto è cambiato e il livello del giudizio si è alzato di conseguenza. Arteta ha trasformato profondamente questo club, nella mentalità, nella struttura e nel modo di stare in campo. L’Arsenal non è più una squadra in costruzione, non è più un progetto da aspettare. È una squadra adulta, attrezzata, con le spalle larghe. E proprio per questo, l’attesa si è trasformata in qualcos’altro: non più pazienza, ma pressione. Non più fiducia nel processo, ma richiesta e urgenza di risultati e trofei, quelli importanti.
La Premier League misura una cosa sola: reggere fino in fondo e non cedere quando la pressione aumenta e ogni punto pesa il doppio. È esattamente quello che nelle ultime stagioni è mancato, sempre, nel momento decisivo. Quella capacità di non tremare quando il traguardo è vicino. Una vittoria in finale di Champions League invece misura altro: la capacità di essere definitivi in una notte sola, su un palcoscenico che non perdona e non offre seconde possibilità.
Due esami diversi, ma stesso banco degli imputati
“Arsenal contro Arsenal” è proprio questo: il presente che prova a spezzare una narrazione che negli anni si è incrostata addosso al club come una seconda pelle. La squadra che non vince mai, che arriva sempre seconda, che trova sempre il modo di non farcela quando conta davvero. Un double quest’anno la spazzerebbe via. Non cambierebbe solo il palmares, ma l’identità stessa di questo Arsenal, il modo in cui verrà raccontato e ricordato.
Perdere, invece, li confermerebbe come eterni perdenti, ancora una volta. Inchioderebbe questa squadra (e questo allenatore) ad una narrazione che ormai ha i contorni di un destino segnato.