Perchè la polemica sugli sfottò nei festeggiamenti di Inter e Milan. Dallo striscione di Ambrosini nel 2007 a Thuram nel 2026

Offside! Era il 2007 quando, durante i festeggiamenti in città per la vittoria della Champions League con il Milan, Massimo Ambrosini prese uno striscione – indirettamente rivolto all’Inter – con scritto “Lo scudetto mettilo nel culo”, intendo quello vinto dai nerazzurri in quella stagione, trasformando uno sfottò da curva in un gesto diventato subito iconico. Un episodio che fece discutere, ma che rimase dentro i confini, per quanto sopra le righe, del folklore calcistico.

Anni dopo, fu ancora il Milan a prendersi la scena con un altro striscione rivolto all’Inter:La Coppa Italia mettila nel culo”. Anche in quel caso polemiche, indignazione e richiami allo stile, con tanto di ipotesi di interventi formali poi rientrate senza conseguenze rilevanti.

La scorsa settimana, durante i festeggiamenti a Milano dell’Inter per scudetto e Coppa Italia, la scena si è ripetuta. Sul pullman nerazzurro, Marcus Thuram ha raccolto due striscioni indirizzati al Milan, tra cui uno con la scritta “I derby vinti mettili nel culo” e un altro con un topo su uno sfondo rossonero. Anche questa volta, polemiche immediate e apertura di un fascicolo da parte della Procura della FIGC.

Tre episodi, distribuiti nel tempo, con un filo conduttore evidente: lo sfottò tra rivali storici che esce dagli spalti e finisce nelle piazze nelle mani dei protagonisti in campo, nei momenti di festa.

È proprio qui che entra in gioco il perimetro regolamentare. La giustizia sportiva, attraverso il Codice di Giustizia della FIGC, interviene quando comportamenti di tesserati possono ledere l’immagine del calcio, risultare offensivi o comunque non conformi ai principi di lealtà, correttezza e probità. Non è quindi lo sfottò in sé a essere oggetto di valutazione, ma il contesto in cui avviene e il ruolo di chi lo compie: un calciatore, durante una celebrazione pubblica, diventa inevitabilmente un rappresentante del sistema. Da qui la scelta di aprire fascicoli anche per episodi che nascono e restano, nella sostanza, dentro la logica della rivalità sportiva. Un passaggio che appare quasi automatico, indipendentemente dall’esito finale, quasi sempre nullo.

Una linea, in realtà, dovrebbe esistere già ed essere anche abbastanza chiara: il limite dovrebbe essere quello delle offese personali, della diffamazione, dell’attacco diretto che va oltre la rivalità sportiva. Finché resta dentro il perimetro dello sfottò, per quanto colorito e provocatorio, si muove in una dimensione che appartiene alla cultura del calcio. Stesso discorso quando entrano in gioco comportamenti che possono essere percepiti come mancanza di rispetto verso persone, tifosi o società, soprattutto se a compierli sono giocatori con un passato da ex. In quel caso, il tema non è più lo sfottò, ma il significato che quel gesto assume.

Non si tratta tanto del dovere di aprire o meno un fascicolo, quanto della necessità di capire se le regole attuali riescano davvero a distinguere tra ciò che è semplice rivalità e ciò che invece merita un intervento. Perché il rischio, altrimenti, è quello di trasformare ogni festa in un caso e ogni provocazione in un procedimento accusatorio, perdendo di vista un elemento che, da sempre, fa parte del calcio: la capacità di esagerare, sì, ma restando dentro… i confini del gioco.

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