Offside! Le immagini di Gianni Infantino, presidente della FIFA, che balla e canta “Burning Love” di Elvis Presley insieme al presidente argentino Javier Milei e a quello ungherese Viktor Orbán al Board of Peace di Donald Trump a Washington hanno acceso polemiche.
Il problema non è la leggerezza del momento. Il problema è ciò che rappresenta.
L’episodio, avvenuto il 19 febbraio 2026 durante la prima riunione del board all’Institute of Peace ribattezzato con il nome di Trump, rappresenta l’ultimo capitolo di un rapporto sempre più stretto tra il numero uno della FIFA Infantino e il presidente USA, percepito da molti come una miscela pericolosa di sport e politica.
Incontri e accordi sotto i riflettori
Il video virale, postato da Orbán su Instagram e ritwittato da Milei su X, mostra i leader in un karaoke informale. Un momento leggero nel quale il problema non è una canzone o il clima informale, ma il contesto. Infantino non è un dirigente qualsiasi: è il presidente della FIFA, l’uomo che guida l’istituzione calcistica più potente del mondo.
Negli ultimi mesi, FIFA e Board of Peace hanno siglato un partenariato per 75 milioni di dollari, con 50 mini-campi da calcio vicino alle scuole di Gaza. Alla riunione di Washington Infantino ha indossato un cappello pro-Trump, scatenando un’indagine del CIO per violazione della neutralità politica, poi archiviata come legittima “per scopi sportivi”.
Il legame tra i due risale al 2025. A marzo di quell’anno, Infantino ha svelato a Trump nello Studio Ovale il trofeo del Mondiale per Club 2025, mentre a dicembre scorso, durante il sorteggio dei Mondiali 2026 negli USA, gli ha conferito il primo “FIFA Peace Prize – Football Unites the World”, lodandolo per gli “Abraham Accords” che hanno posto una flebile tregua nello scontro israelo-palestinese.
Critiche storiche e attuali
La questione centrale non è personale, ma sistemica. La FIFA governa il calcio mondiale, un fenomeno che muove interessi economici e geopolitici enormi. Proprio per questo la neutralità è sempre stata un principio dichiarato, anche quando nei fatti è stata messa in discussione.
La FIFA ha alle sue spalle un passato di scandali: Sepp Blatter con le valigie di soldi lanciate in conferenza stampa nel 2015, o il Mondiale in Qatar 2022 segnato da molteplici pesanti accuse di corruzione. Oggi le critiche colpiscono Infantino per l’insistenza nel coinvolgere Trump in eventi FIFA – sorteggi, premiazioni, Mondiale 2026 – interpretata come favoritismo per i Mondiali USA.
Oggi non ci sono valigie di soldi che volano. Ci sono balli, sorrisi, cappellini politici e premi simbolici. Ma il punto resta lo stesso: quanto può spingersi la FIFA dentro la politica senza perdere credibilità?
Il calcio è uno strumento di influenza potente. E oggi, la sovrapposizione tra interessi sportivi e visibilità politica diventa inevitabilmente delicata. Quando il presidente della FIFA appare costantemente accanto a una leadership politica ben identificata, il rischio non è lo scandalo giudiziario, ma quello simbolico: l’idea che l’istituzione non sia più equidistante.
In un’epoca in cui lo sport viene spesso usato come veicolo di soft power, la percezione conta quanto i fatti. E la percezione, oggi, è quella di una vicinanza sempre più marcata.
Queste dinamiche sollevano interrogativi sulla credibilità della FIFA: lo sport deve rimanere apolitico o può intrecciarsi con iniziative globali? Le scene informali e gli accordi rafforzano i dubbi su un’istituzione già sotto scrutinio.