Offside! Si è chiusa la stagione della Serie A 2024-2025 da definire in qualsiasi modo fuorché esaltante. È stato un campionato combattuto, con verdetti arrivati all’ultima giornata, ma spesso privo di vero spettacolo. Troppo evidente la difficoltà delle squadre italiane nel reggere i ritmi di un calendario sempre più fitto. La sensazione, diffusa e condivisa, è che si stia chiedendo troppo a un sistema che ha risorse limitate, sia fisiche che strutturali.
Ancora una volta, la Serie A si è rivelata ostaggio dei diritti tv: giornate spezzettate all’inverosimile, orari improbabili e partite spalmate ovunque, ma senza un reale ritorno in termini di pubblico. Gli stadi spesso semivuoti, l’interesse altalenante. I tifosi continuano a dimostrare insofferenza verso questo “calcio moderno”, tra proteste e contestazioni rivolte anche alle dirigenze – spesso straniere – viste come distanti dalla realtà.
Ecco come è andata:
Napoli (1°)
Lo scudetto è arrivato, ma con tante ombre. Per il Napoli soli 82 punti, cifra piuttosto bassa per una squadra che non ha disputato le coppe europee e che ha potuto concentrarsi unicamente sul campionato. Antonio Conte ha riportato il titolo sotto il Vesuvio dopo due anni, il quarto nella storia del club, ma lo ha fatto con fatica, in un campionato livellato verso il basso, dove più che vincere, è sembrato resistere. La rosa a sua disposizione non era costruita per dominare e in molti momenti si è vista una squadra fragile, poco brillante, mai davvero travolgente.
Il Napoli ha portato a casa il massimo possibile da un’annata grigia, eppure resta il dubbio: si poteva chiudere tutto prima? E soprattutto: Conte resterà? I segnali fanno pensare a un divorzio lampo da ADL, in pieno stile contiano. Il titolo è storico, ma le fondamenta su cui poggia sono tutt’altro che solide.
Inter (2°)
Ha lottato fino alla fine, ha dato tutto. L’Inter di Simone Inzaghi chiude al secondo posto con un solo punto di distacco dal Napoli e il rimpianto di aver lasciato per strada punti nei momenti cruciali. Ma al netto dei numeri, i nerazzurri sono sembrati per lunghi tratti la squadra più solida e continua del torneo, quella più capace di restare aggrappata al treno scudetto anche quando gambe e testa iniziavano a cedere.
La rosa resta tra le più forti della Serie A, ma anche tra le più vecchie. E con tre competizioni da affrontare, le fragilità sono emerse. L’Inter ha fatto il massimo con le sue forze, ma è mancata la profondità, il ricambio, la brillantezza nei momenti chiave. Il secondo posto sa di occasione mancata, ma guai a parlare di fallimento: è stata una stagione piena, vissuta ad alti livelli e con grande dignità. Era prevedibile? Si. L’avevamo scritto noi di infuorigioco? Si.
Atalanta (3°)
L’Atalanta è ormai una certezza. Quello che una volta era definito “miracolo Gasperini” è oggi una macchina rodata, che sa gestirsi, crescere giovani, far rendere al massimo i propri giocatori e mantenere la barra dritta per tutta la stagione. Il terzo posto è l’ennesimo capolavoro silenzioso di una squadra che non ha più nulla da dimostrare, ma continua a farlo.
I bergamaschi hanno dimostrato di saper restare tra le grandi con continuità e oggi sono a tutti gli effetti un modello, sportivo e societario. Non è arrivato un trofeo, ma il podio vale tanto. I tifosi non possono che inchinarsi di fronte all’ennesima stagione d’altissimo profilo.
Juventus (4°)
La Juve ha fatto anche troppo guadagnandosi l’accesso alla Champions League all’ultima giornata. Una qualificazione che salva la faccia, ma non cancella un’annata mediocre. La Juventus ha navigato a vista per mesi, tra scelte contraddittorie ed un progetto tecnico mai davvero definito. Il tanto incensato Thiago Motta ha lasciato la panchina in corsa e forse il cambio andava fatto molto prima. I bianconeri, al netto di tutto, hanno portato a casa un quarto posto che vale oro, soprattutto dal punto di vista economico, ma non c’è una sola certezza da cui ripartire. Servirà una ricostruzione seria, coraggiosa, con uomini di campo e una visione chiara. La Juventus non può permettersi un altro anno così.
Roma (5°)
L’eroe della stagione si chiama Claudio Ranieri. Sì, ancora lui. Tornato sulla panchina della Roma in piena crisi, con la squadra a un passo dalla zona retrocessione e lo spogliatoio allo sbando, ha ricostruito in pochi mesi un’identità, un’anima, una mentalità. Ha restituito dignità a un club che sembrava sprofondare. Il quinto posto è oro colato, considerando la situazione di partenza. La Champions è sfuggita per un soffio, ma la stagione è da incorniciare. Sir Claudio ha messo tutti in riga con il suo stile sobrio, autorevole e competente. Non ci sono parole: solo applausi. Ora la palla passa alla società, che dovrà dimostrare di aver capito la lezione.
Fiorentina (6°)
La Fiorentina è stata, come spesso accade, una squadra dai due volti. Esaltante a inizio stagione, travolgente a tratti, poi improvvisamente fragile, discontinua, quasi svuotata. L’accesso in Conference League è arrivato all’ultima giornata, sudato e incerto fino all’ultimo minuto. Il vero protagonista della stagione viola è stato David De Gea. L’esperto portiere spagnolo ha spesso salvato la baracca, tenendo a galla la squadra in momenti bui. Per il resto, tanto rumore e pochi progressi rispetto agli anni scorsi. Serve una riflessione: la Fiorentina può continuare a vivacchiare a metà classifica europea o vuole fare un salto di qualità vero?
Lazio (7°)
Stagione sufficiente per la Lazio, che però lascia l’amaro in bocca. Ad un certo punto sembrava davvero potersi giocare l’accesso alla Champions League, ma il calo nell’ultima parte di stagione ha fatto svanire ogni ambizione. L’inizio sorprendente con Baroni aveva illuso, ma alla lunga sono emersi i limiti tecnici e numerici della rosa. Il progetto è interessante, ma manca qualcosa. La Lazio ha bisogno di rinforzi mirati e di maggiore profondità per reggere la pressione e il ritmo di un’intera stagione. Il settimo posto, considerato il contesto, non è un disastro, ma serviva di più per fare il salto.
Milan (8°)
Un disastro, senza mezzi termini. L’ottavo posto e l’esclusione da tutte le coppe europee rappresentano una delle peggiori annate rossonere dell’ultimo ventennio. La stagione è stata una lunga e dolorosa agonia. Dal mercato confuso alla gestione tecnica traballante, passando per i problemi nello spogliatoio e lo strappo insanabile con una parte della tifoseria organizzata. La sensazione è che la società si sia persa e con essa l’intero progetto. Serve una rifondazione, ma non solo nella rosa: servono idee, personalità e uomini di calcio. La Curva Sud chiede rispetto, identità e chiarezza. Se il Milan vuole tornare competitivo, deve guardarsi dentro, prima ancora che al mercato…
Bologna (9°)
Il Bologna ha chiuso la stagione con un trofeo storico: la Coppa Italia, che mancava da decenni. Un’impresa straordinaria, che ha portato entusiasmo e consapevolezza. Eppure il campionato è stato meno brillante del previsto. La squadra di Italiano si è spenta sul finale, forse appagata, forse semplicemente stanca dopo un’annata intensa. La Coppa Italia ha dato visibilità, ma ora bisogna capire se il club vorrà consolidare la crescita o si accontenterà del successo. Il nono posto va stretto, ma può essere la base per un nuovo ciclo, a patto che si facciano scelte coraggiose sul mercato e si dia continuità al lavoro iniziato. Il pericolo più grande? Adagiarsi sugli allori.
Como (10°)
Un miracolo sportivo. Il Como neopromosso ha chiuso la stagione nella parte sinistra della classifica, guadagnandosi l’ammirazione di tutta la Serie A. La mano di Fabregas si è vista eccome. Ha dato identità, coraggio e bellezza ad una squadra dalla quale ci si aspettava di tutto, meno che di fare una stagione così.
Il decimo posto è solo la punta dell’iceberg. Il Como ha mostrato gioco, equilibrio, talento e voglia di stupire. Il progetto tecnico è ambizioso, lo staff dirigenziale competente e l’entusiasmo della piazza è alle stelle. Il Como è la vera favola di quest’anno. Francesc Fabregas si meriterebbe un monumento in mezzo al lago e il Como si meriterebbe un articolo a parte (che faremo!).
Torino, Udinese, Genoa, Verona, Cagliari, Parma
Stagione da sopravvissuti, da squadre che fanno il proprio dovere senza entusiasmare. Il Torino ha alternato partite solide a blackout incomprensibili. L’Udinese ha perso brillantezza rispetto agli anni scorsi ma ha centrato l’ennesima salvezza tranquilla. Il Genoa ha fatto il suo con dignità, molto meglio della Samp crollata in C. L’Hellas Verona ha vissuto una stagione piena di alti e bassi, ma ha saputo stringere i denti nei momenti decisivi. Il Cagliari ha rischiato molto più del previsto, ma alla fine si è tirato fuori. Il Parma ha faticato tanto ma ha centrato la salvezza, che era l’unico obiettivo possibile. Nessuna ha brillato, tutte hanno fatto il minimo indispensabile. Un campionato di mezzo, senza infamia né lode.
Lecce (17°)
Una salvezza arrivata al fotofinish, con una vittoria clamorosa all’Olimpico contro la Lazio all’ultima giornata. Il merito è tutto del “Maestro Gianpaolo”, arrivato in panchina quando sembrava finita e capace di rimettere insieme i cocci. Una rimonta fatta di pazienza, compattezza e soprattutto fiducia nei propri mezzi. Il Lecce ha ballato sull’orlo del precipizio, ma alla fine si è salvato con cuore e determinazione. Il progetto tecnico andrà rinforzato: servirà una rosa più pronta, più profonda, più cattiva sotto porta. Ma intanto si festeggia. E Gianpaolo si prende gli applausi che ha meritato…ma non chiamatelo Maestro!
Empoli (18°)
Il ritorno in Serie B brucia, soprattutto perché è arrivato dopo una semifinale di Coppa Italia e una stagione comunque combattuta. La squadra toscana ha provato fino alla fine a salvarsi. Il progetto non è da buttare, ma serviranno riflessioni profonde. L’Empoli è sempre stato un club virtuoso, capace di rigenerarsi, ma quest’anno è forse mancata lucidità. La retrocessione è dolorosa, ma non è una condanna: con le idee giuste, si può tornare presto.
Venezia (19°)
Lotta fino all’ultimo respiro, ma retrocede. Il Venezia ha provato a vendere cara la pelle, ma alla fine è mancata la qualità. La sconfitta in casa contro la Juventus ha chiuso i conti. La rosa non era all’altezza di questa Serie A. La società paga probabilmente un mercato poco mirato e l’inesperienza nella gestione delle situazioni delicate. La retrocessione deve servire da lezione. Il fascino del club e la visibilità internazionale non bastano: servono fondamenta più solide.
Monza (20°)
Ultimo posto e tanta amarezza. Così recitava uno striscione all’ultima in casa del Monza in questa Serie A: “Grazie Silvio per il sogno. Grazie Galliani per il risveglio”. La stagione è stata un lento scivolare verso il fondo, senza mai riuscire a invertire la rotta. La morte di Berlusconi ha lasciato un vuoto che si è inevitabilmente sentito in campo e fuori. La squadra non ha mai trovato un’identità, ha cambiato tanto, forse troppo. La retrocessione chiude un ciclo breve ma intenso.