Offside! A poche settimane dalla chiusura della sessione estiva, il verdetto è già chiaro: il calciomercato 2025 parla soprattutto inglese. Secondo i dati di Transfermarkt, tra i 20 colpi più costosi messi a segno finora, ben 13 hanno come destinazione club di Premier League (Liverpool, Manchester United, Arsenal, Chelsea, Tottenham, Newcastle e Manchester City), per un totale complessivo di oltre 930 milioni di euro spesi. Un numero che, da solo, fotografa la sproporzione con il resto d’Europa.
I principali: Florian Wirtz e Hugo Ekitiké a Liverpool per 125 e 95 milioni; Benjamin Sesko, Bryan Mbeumo e Matheus Cunha allo United per 76,5, 75 e 74,2 milioni; Viktor Gyökeres e Martín Zubimendi all’Arsenal per 65,8 e 70; o ancora Joao Pedro al Chelsea per 63,7 o Tijjani Reijnders al City per 55 milioni di euro. Insomma, il campionato inglese sembra giocare un torneo a parte, sostenuto da diritti TV miliardari e da una potenza d’acquisto che nessun altro può permettersi.
Fuori dal Regno Unito, tra i primi 20, poche eccezioni: il Real Madrid, che ha messo le mani sull’ex Juve Dean Huijsen per 62,5 milioni e su Alvaro Carreras per 50; il Bayern Monaco, che ha strappato Luis Díaz al Liverpool per 70 milioni; e il Galatasaray, che ha sorpreso tutti con Victor Osimhen a 75 milioni (quarto acquisto più caro della sessione fin qui).
Tutta questa ricchezza garantisce automaticamente risultati sul campo? Non è detto. Molti dei giocatori pagati cifre astronomiche sono giovanissimi, in alcuni casi quasi sconosciuti e certamente inesperti a livello internazionale. Non è scontato che reggano l’impatto con un campionato duro e competitivo come la Premier. E infatti in passato non sono mancati gli esempi di investimenti clamorosi che si sono rivelati poi dei flop.
Intanto, nel resto d’Europa, le grandi storiche cercano di resistere. Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e PSG restano punti di riferimento, capaci di attrarre campioni e mantenere il proprio status. In Italia Milan, Inter e Juventus hanno ancora un fascino che non si misura soltanto in milioni, ma nella storia, nel prestigio e nella tradizione. Ed è proprio qui che si gioca un’altra partita: perché se è vero che i grandi campioni finiscono in Inghilterra, è altrettanto vero che di buoni giocatori ce ne sono in giro a cifre più contenute, basta saperli trovare.
Il problema è che il denaro oggi sposta gli equilibri. Per un club inglese, se un acquisto si rivela un errore, poco importa: c’è sempre un altro assegno pronto per la prossima scommessa. Per le società italiane, spagnole o tedesche – eccezion fatta per i top club – ogni scelta diventa invece vitale, ogni errore rischia di pesare per anni.
Questa non è una novità, ma quest’anno il divario sembra ancora più netto, con la Premier League che non è più solo il campionato più ricco, ma un pianeta a sé, con un’orbita propria e una gravità capace di attrarre chiunque. E il resto d’Europa, salvo rarissime eccezioni, è costretto a guardare da lontano, inventandosi strategie alternative per restare competitivo. Un gap che non solo cresce, ma che rischia di diventare strutturale e quando il potere economico diventa così sbilanciato, il calcio stesso ne esce trasformato.
Inoltre, questo divario rischia di non essere solo economico, ma anche tecnico. Con i migliori talenti che migrano in Premier, il livello medio delle squadre inglesi cresce, mentre il resto del continente deve arrangiarsi. È una forbice che si allarga e che fa sempre più paura. La Premier League oggi è un campionato ricchissimo, potentissimo, ma non per forza più vincente. Perché i soldi possono comprare i giocatori, ma non sempre il successo.