Pallone d’Oro. La gioia di Dembélé, la rabbia di Yamal e il paradosso di un premio sempre contraddittorio

Offside! Ousmane Dembélé ha vinto il Pallone d’Oro 2025, coronando la stagione del triplete con il PSG. Un successo che, fino a poco tempo fa, sembrava impensabile per un giocatore che alla presentazione al Barcellona non riusciva a palleggiare, spesso etichettato come fragile, svogliato, troppo appassionato alla PlayStation più che al campo. Eppure, eccolo lì, sul tetto del mondo, con il suo nome scolpito insieme a quello dei grandi di questo sport.

La delusione e la rabbia di Yamal

Il francese si è giocato l’ambito premio con Lamine Yamal, il talento del Barcellona indicato come grande favorito insieme a lui. Yamal ha vissuto la mancata vittoria con delusione e qualcuno ha letto in quella reazione non solo la fame di un predestinato, ma anche un pizzico di presunzione. Il padre dello spagnolo a El Chiringuito ha parlato di “danno morale a un essere umano” e definito il figlio “il miglior giocatore del mondo, di gran lunga”, parole che lasciano intravedere un ambiente che rischia di viziare più che aiutare. Non il miglior esempio per un ragazzo che dovrebbe dimostrare sul campo, non attraverso la voce di chi lo difende sempre e comunque.

Per Lamine Yamal è il parallelo con Mbappé a rendere la vicenda ancora più interessante: anche al campione francese, dopo il Mondiale del 2018, venne detto che avrebbe avuto tempo e occasione per vincere il Pallone d’Oro. Da allora sono passati sette anni e la promessa non si è mai realizzata.

Quando c’erano Messi e Cristiano Ronaldo…

Il premio rimane un enigma. Spesso accusato di incoerenza, nel decennio dominato da Messi e Ronaldo vincevano loro perché erano i dominatori assoluti, perché nessuno sembrava davvero in grado di scalzarli. Una logica che non ha mai convinto fino in fondo. Messi in particolare lo ha vinto in stagioni in cui altri avrebbero meritato di più. Eppure, visto che parliamo di campioni assoluti, non si poteva definire uno scandalo.

Una volta, con Messi e CR7, il Pallone d’Oro era questione di campioni assoluti. Si premiava la perfezione, la continuità, l’eccellenza senza rivali. Oggi se lo contendono giocatori come Dembélé e Yamal, talenti enormi ma anche fragili, capaci di raggiungere l’apice e poi adagiarsi, finendo più spesso al centro delle cronache extra-calcistiche che della narrazione sportiva. La vittoria di Dembélé, da molti salutata come riscatto e redenzione di un predestinato, solleva una domanda inevitabile: è stato davvero il migliore, o semplicemente l’uomo giusto nell’anno giusto? Se conta soprattutto il successo collettivo, allora sì, anche compagni come Désiré Doué avrebbero avuto buone ragioni per ambire al riconoscimento.

Le contraddizioni del Pallone d’Oro

La verità è che il Pallone d’Oro è sempre stato contraddittorio. Messi e Ronaldo lo avevano fatto sembrare logico, quasi inevitabile. Senza di loro, è tornato ad essere quello che è sempre stato: un trofeo che non premia soltanto il talento, ma il momento, il contesto, la narrazione e Ousmane Dembélé quest’anno è stato l’uomo giusto al momento giusto.

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