Le lacrime durano solo tre giorni?

Offside! Da una parte il trauma sportivo, qualcosa che in Italia pesa sempre tantissimo quando si parla di Nazionale. Uscire così, dopo due partite che dovevano essere alla portata, lascia addosso frustrazione, rabbia e anche un senso di umiliazione. Vedere pochi giorni dopo gli stessi protagonisti tornare in campo in Serie A e comportarsi come se nulla fosse successo crea inevitabilmente una frattura.

Perché il punto non è il gol. Nessuno può pretendere che un giocatore non faccia il suo lavoro o non sia contento di segnare. Il problema è il “come”. Barella, Mancini, Raspadori, Scalvini e Politano hanno segnato nell’ultima giornata di Serie A, lasciandosi andare a esultanze molto marcate. E allora il tifoso medio si chiede: davvero è già tutto dimenticato?

Perché fino a poche ore prima c’erano le lacrime, le facce basse, le dichiarazioni di circostanza. Poi, improvvisamente, il reset totale.

Ora, bisogna anche essere onesti: il calcio moderno vive di compartimenti stagni. Il club è una cosa, la Nazionale un’altra. Quando torni nella tua squadra entri in un contesto diverso, con altri obiettivi e altre pressioni. E segnare in Serie A non è mai banale, quindi l’esultanza è anche uno sfogo personale.

Però esiste anche una dimensione simbolica. Indossare la maglia dell’Italia non è una parentesi qualsiasi. È qualcosa che dovrebbe lasciarti addosso almeno per qualche giorno un certo tipo di atteggiamento. Non si tratta di non esultare, ma magari di farlo con misura, con un minimo di “peso” emotivo ancora visibile.

Invece il messaggio che passa — giusto o sbagliato che sia — è un altro: che la delusione sia già archiviata, quasi irrilevante rispetto alla routine del campionato. E per chi vive la Nazionale come qualcosa di identitario, questo è difficile da digerire.

Perché certe sconfitte non dovrebbero passare così in fretta. E certe maglie, forse, dovrebbero pesare un po’ di più.

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