Offside! Nel calcio ci sono serate che segnano una linea e serate in cui una squadra entra nella storia e un’altra scivola nel buio. La finale di Coppa Italia dell’Olimpico tra Milan e Bologna è stata esattamente questo: la consacrazione degli emiliani e, al tempo stesso, il crollo definitivo del Diavolo.
Ed è giusto iniziare dai vincitori. Perché il Bologna non ha rubato nulla, non si è trovato per caso con la coppa in mano, ma se l’è guadagnata, con fatica, con sacrificio e con un percorso che parte da lontano e che trova la sua sublimazione nel gol di Ndoye, in una partita che ha avuto ben poco da offrire sul piano dello spettacolo, ma che ha restituito tutta la magia delle grandi imprese.
Il trionfo di ieri è infatti il terzo titolo nella storia rossoblù in Coppa Italia, il primo dal 1974. Cinquantuno anni di attese, speranze e ricostruzioni, che ora si sciolgono nell’abbraccio di una squadra vera, allenata da un tecnico – Vincenzo Italiano – che ha saputo trasmettere identità, grinta e ordine. Non è stata una finale bella, tutt’altro, ma il Bologna l’ha giocata con la serietà e il pragmatismo di chi sapeva che in palio c’era molto più di una coppa: c’era la possibilità di scrivere una pagina indelebile.
Tuttavia mentre la festa esplodeva sotto la curva rossoblù, l’altra metà dell’Olimpico si svuotava in un silenzio quasi assordante. Un deserto di delusione, rabbia e quasi rassegnazione. Perché il Milan, al netto della sua storia, dei nomi e delle ambizioni di inizio stagione, è stato semplicemente assente. Nessuna reazione, quasi nessun tiro, nessuna traccia di orgoglio, solo inerzia.
E la cosa più beffarda, il paradosso più amaro per i tifosi rossoneri, è che appena cinque giorni prima in campionato il Milan aveva battuto per 3-1 lo stesso Bologna. Una vittoria che sembrava aver restituito un minimo di fiducia in vista della finale e che invece oggi suona come una crudele illusione, un inganno della realtà.
Ma non è solo questione di una partita storta. Quella di ieri è stata la fotografia definitiva di una stagione fallimentare, gestita male sotto ogni punto di vista. Il cambio in panchina non ha dato la scossa sperata, lo spogliatoio si è frammentato, il rapporto tra squadra e dirigenza si è fatto sempre più teso, e le sistematiche proteste della tifoseria raccontano un malcontento profondo, strutturale, che non si sarebbe risolto con un trofeo.
La Supercoppa vinta a Riyad contro l’Inter è rimasta un episodio isolato, più che un punto di svolta e questa finale di Coppa Italia, unita a una posizione in campionato che rischia di tenere il Milan fuori dalle coppe europee, apre uno scenario cupo, ma abbastanza scontato. Ora Conceição è destinato inevitabilmente all’esonero e con lui potrebbero salutare anche i vari Leao e Theo Hernandez, due fantasmi nella notte dell’Olimpico, ma il vero problema è che a crollare sembra essere l’intero progetto Red Bird. La sensazione è che serva un reset profondo per rimettere in piedi una squadra ed una società ormai svuotata di tutto.
Il Bologna, da parte sua, ha scritto una favola, ma come tutte le imprese dei Davide contro Golia, il peso dell’evento non sta solo nella vittoria, bensì nel rumore della caduta dell’avversario e ieri sera il boato è stato fragoroso, amplificato dal vuoto emotivo che circonda oggi tutto ciò che ruota attorno al mondo Milan.
Quello che è accaduto all’Olimpico resterà: l’ascesa del Bologna e la caduta del Milan. Perché spesso le notti più buie, per qualcuno, coincidono con l’alba di qualcun altro.