Offside! Tranquilli, Infuorigioco.it non si è improvvisamente trasformato in un sito dedicato ai boschi e alle foreste, ma il titolo (poi capirete il perché della maiuscola) di questo articolo, con questo vecchio proverbio, vuole essere, da vocabolario, “una critica alla superbia e alla continua sopravvalutazione delle proprie capacità”.
Comportamenti questi che stanno avvenendo nel “sistema calcio italiano” da ormai quasi 20 anni. Da quando infatti la nostra Nazionale era piena zeppa di fuoriclasse assoluti (Buffon, Totti, Del Piero, Cannavaro, Nesta, Pirlo e potremmo continuare…) che ci hanno fatto vincere il Mondiale tedesco del 2006, e quando la nostra Serie A, altrettanto ricca di talento, era forse il campionato non più vincente — anche se il Milan vinse due Champions (e mezzo…) in 4 anni — ma sicuramente il più entusiasmante.
Non troverete in queste righe, per precisa scelta e perché l’opinionismo sulle soluzioni è dilagante, ricette per risollevare il sistema, ma due considerazioni più “politiche” presentate ai lettori da un giovane appassionato da sempre di calcio che, dai suoi 17 ai suoi 33 anni (almeno), non vedrà la maglia azzurra calcare il palcoscenico più importante: quello della Coppa del Mondo.
Il ricambio generazionale della classe dirigente
Tutti in rete, dopo la sciagurata prestazione con la Bosnia culminata con una ridicola lotteria di rigori, hanno potuto rivedere il famoso video in cui Fabio Caressa si sfoga dopo l’eliminazione dal mondiale; eppure, tanti anni sono passati e… nulla è cambiato, anzi tutto sembra peggiorato. Il sistema calcio è una grande azienda che va gestita come tale, con capacità manageriali spiccate, oltre alle quali va aggiunta una dovuta dose di novità e magari di freschezza giovanile (anche a 50 anni oggi siamo giovani!): non tanto per cambiare, ma perché la gerontocrazia, con gli stessi nomi che girano in ruoli diversi, è risultata semplicemente e totalmente fallimentare. Un esempio per tutti: è francamente incomprensibile come fra i possibili successori di Gravina trovi posto il nome di Giancarlo Abete (!!!), del quale riportiamo alcuni dei ruoli ricoperti nella lunga carriera, vista la non verdissima età (classe 1950):
- Presidente FIGC (2007–2014), quando siamo usciti dal mondiale brasiliano in maniera clamorosa.
- Vicepresidente UEFA (dal 2011)
- Presidente Lega Nazionale Dilettanti (dal 2022)
- Deputato della Repubblica Italiana (1979–1992)
- Presidente Unione Industriali Roma (1994–2000)
- Presidente Federturismo Confindustria (1999–2003)
L’assurdo abuso dell’utilizzo degli stranieri
Nessuno chiede — e sarebbe tra l’altro impossibile con la legge Bosman in vigore dal 1996 — di bloccare l’impiego dei giocatori provenienti dall’estero, ma come è possibile che in Serie A trovi spazio soltanto il 29% di giocatori eleggibili per la Nazionale (solo 64 su 220 titolari nella giornata post Zenica)?
Questa cifra è inaccettabile: per strane e imperscrutabili motivazioni, gli stranieri senza carriera e senza talento vengono inspiegabilmente preferiti ai giovani azzurri, e questo anestetizza e congela il sistema. Leggere alcune rose e soprattutto vedere alcune raccapriccianti e lentissime partite di Serie A fa sorgere il dubbio di come i dirigenti non riescano a rendersi conto di questa piaga e come continuino a preferire vere e proprie meteore piuttosto che giocatori giovani (e non) che hanno trovato il campo con continuità in squadre di Serie B e C.
Il punto è chiaro: se non allarghi il bacino dei selezionabili — e quindi dei giocatori di “livello Serie A” — il trend non si invertirà mai, anzi è destinato a peggiorare.
“L’Abete che fa ombra”, dunque, continua a crescere. E finché chi dovrebbe abbatterlo per piantarne di nuovi è lo stesso che lo ha piantato, il calcio italiano resterà esattamente dove si trova: all’ombra, appunto, di ciò che avrebbe potuto essere e ciò che dovrebbe essere per la sua gloriosa storia.