La Juventus da Trump: una scena surreale mentre il mondo brucia

Offside! C’è un’immagine che in questi giorni rimbalza ovunque: Donald Trump seduto nello Studio Ovale con alle sue spalle parte della Juventus. Non è IA, non è un meme, non è satira. È successo davvero. Un incontro che avrebbe dovuto essere una semplice visita istituzionale durante il Mondiale per Club FIFA, ma che finisce per assumere i contorni grotteschi di un’epoca smarrita.

Mentre nel mondo infuriano le guerre e il rischio di un’escalation globale non è più solo una teoria, quella che doveva essere una visita istituzionale legata al Mondiale per Club in corso negli Stati Uniti, si è trasformata in qualcosa di molto diverso. Trump, uno dei presidenti più divisivi della storia americana, riceve una squadra di calcio italiana tra battute fuori luogo sui transgender, domande goffe sulla presenza delle donne nello sport maschile e uscite che nulla hanno a che fare con il calcio.

Non si parla di sport, non si parla di giovani, non si parla di cultura o dialogo. Con Trump è sempre così. Non guarda in faccia nessuno, non si ferma davanti a niente quando si tratta di parlare di se stesso e del suo Paese. Quello che era un semplice incontro istituzionale è diventato un’occasione per portare avanti il suo solito repertorio e – soprattutto – dichiarazioni sulla politica estera americana, con tanto di riferimenti espliciti ai conflitti in corso tra Iran e Israele.

La Juve era lì, immobile e visibilmente a disagio. I giocatori con sguardi persi nel vuoto, Weston McKennie e Timothy Weah – i due americani in rosa – in prima fila, costretti ad ascoltare parole che li hanno spiazzati. Weah lo ha detto senza troppi giri di parole: “È stato strano. Siamo stati colti di sorpresa”.

E in effetti lo è stato, perché esistono contesti, luoghi, momenti in cui bisognerebbe saper distinguere. Quella era una semplice visita, non un comizio. Era un’occasione per parlare di calcio, di giovani, di futuro. Non il posto né il tempo per piegare tutto, ancora una volta, alle proprie battaglie personali.

E allora la domanda è: in che tempo viviamo? È normale che nel pieno di una stagione politica così drammatica, con conflitti accesi in più continenti, uno dei personaggi più controversi della scena mondiale usi il calcio – lo sport più popolare del pianeta – come palcoscenico per rafforzare il proprio ego e diffondere le proprie idee?

Il punto è che questa scena non è solo surreale: è fortemente significativa. Il mondo sta affrontando crisi profonde, guerre che ci riguardano da vicino. E mentre il calcio prova a restare uno spazio di incontro, Trump ha usato anche quello come palcoscenico personale.

E noi? Restiamo a guardare sconcertati.

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