Offside! La FIFA ha annunciato che la partita Egitto-Iran del 26 giugno 2026 ai Mondiali sarà il “Pride Match”, l’evento simbolico dedicato ai diritti LGBTQIA+. Una scelta definita molto tempo prima del sorteggio dei gironi, avvenuto a Washington lo scorso 5 dicembre e diventata pubblica solo con la diffusione ufficiale del calendario. Ebbene, il match della celebrazione LGBTQIA+ vedrà scendere in campo due Paesi in cui l’omosessualità è criminalizzata e, nel caso dell’Iran, punita anche con la pena di morte.
Il comitato organizzatore di Seattle, che ospiterà l’incontro durante il Campionato mondiale 2026, aveva deciso di dedicare quella data alla ricorrenza al tema dell’inclusività. I sorteggi hanno però trasformato un’iniziativa programmata in una scelta che lascia perplessi. Non è la prima volta che la FIFA si trova a gestire situazioni di questo tipo.
Lo si è visto chiaramente anche durante la cerimonia del sorteggio, quando Gianni Infantino ha consegnato a Donald Trump un improbabile “Premio per la pace”, generando un imbarazzo collettivo. Quella pantomima, già di per sé difficilmente giustificabile, è sembrata l’ennesima iniziativa della FIFA mal riuscita, mal organizzata e completamente fuori contesto, un episodio che ha ulteriormente indebolito la credibilità delle campagne valoriali della massima federazione calcistica mondiale. Come nel 2022 in Qatar quando la FIFA vietò l’uso della fascia “OneLove”, minacciando sanzioni ai capitani che avessero voluto indossarla, pur continuando a promuovere campagne sui diritti assieme a diverse agenzie ONU. Una contraddizione che si ripropone oggi con un’intensità ancora maggiore.
Molti hanno reagito con stupore alla decisione di Egitto-Iran, chiedendosi come sia possibile celebrare il Pride attraverso due nazioni che negano apertamente diritti e libertà alle persone LGBTQIA+. Ma il vero scandalo, in realtà, è un altro. L’intenzione dichiarata della FIFA era quella di lanciare un messaggio proprio dove quel messaggio non è accettato, di sfidare logiche retrograde con un gesto simbolico globale. La scelta, almeno sulla carta, è quella di portare un’idea di inclusione dentro contesti ostili. L’obiettivo può essere nobile, ma resta un enorme punto interrogativo: come si può festeggiare il Pride scegliendo una cornice che criminalizza esattamente ciò che si vuole celebrare?
È l’ennesima dimostrazione di quanto il mondo del calcio continui a intervenire su questioni extra campo privilegiando la forma rispetto alla sostanza. Le iniziative simboliche rischiano di trasformarsi in esercizi di stile, più utili a costruire un’immagine che a produrre un reale cambiamento. Il rischio concreto è che il “Pride Match” del 26 giugno si trasformi in una giornata di polemiche e messaggi vuoti, più che in una celebrazione autentica dei diritti. Per ora rimane l’impressione che la FIFA abbia acceso i riflettori su un tema sociale attuale, ma puntandoli nel posto sbagliato.