Il flop del mondiale in cerca di pubblico: cosa non sta funzionando nella FIFA Club World Cup 2025

Offside! Il nuovo Mondiale per Club della FIFA è già iniziato, ma l’entusiasmo sembra non essere mai arrivato. Orari difficili per le partite in tv, squadre non proprio al top e il colpo d’occhio dagli stadi americani che dice molto più di qualsiasi dichiarazione ufficiale: spalti mezzi vuoti, pubblico disinteressato, atmosfera costruita. Un torneo imponente, sì, ma scollegato dalla realtà del calcio vissuto e amato al quale siamo abituati.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una competizione pensata fuori dai suoi “confini naturali”. Si tenta di esportare il calcio come in passato si è provato a “esportare la democrazia nel mondo”: con buone intenzioni sulla carta e risultati disastrosi nella pratica che ahimè si vedono oggi con gli sconvolgimenti del panorama socio-politico mondiale attuale.

Il Mondiale per Club 2025 doveva essere una grande festa globale. Al momento sembra più un evento gonfiato e forzato, che fatica a trovare un senso. Lo si capisce dalle immagini, dai numeri, dai paradossi. Bayern Monaco – Auckland City è finita 10-0, un risultato che dice tutto sullo squilibrio tra le partecipanti. PSG – Atlético Madrid si è giocata davanti a 80.619 spettatori al Rose Bowl di Pasadena, e DAZN ha subito parlato di “record stagionale di pubblico” per entrambe le squadre. Ma quanti di quei presenti erano veri tifosi? Quanti sapevano cosa stavano guardando?

Ancor più surreale la scena ad Atlanta, dove Chelsea e Los Angeles FC hanno giocato in uno stadio praticamente vuoto al momento del fischio d’inizio. E stiamo parlando di una squadra americana, nel suo stesso paese, che non riesce a coinvolgere nemmeno il pubblico di casa. Perché? Perché la cultura sportiva negli USA è diversa. Gli eventi sono vissuti come intrattenimento da weekend, tra barbecue e merchandising, non come rituali collettivi carichi di storia e identità come in Europa o in Sud America dove il calcio è tifo (spesso acceso e divisivo) e passione.

In Europa e Sud America il calcio è altro. È appartenenza, sofferenza, rivalità e legame con il territorio. Spostarlo di migliaia di chilometri e incastrarlo in un calendario già saturo non lo rende più grande. Lo rende più distante. Anche dagli stessi tifosi, che si sentono sempre meno al centro e sempre più spettatori passivi di qualcosa di troppo grande, troppo lontano e spesso incomprensibile.

Si dice che “ci sono tanti soldi in palio”, come se bastasse questo a giustificare tutto, ma quei soldi non vanno ai tifosi, non migliorano la loro esperienza, non accorciano le distanze, non restituiscono senso al gioco.

Il calcio appare sempre più un prodotto costruito, confezionato e venduto alle masse, ma non è detto che debba piacere a tutti i costi. Ed il punto è proprio questo: per chi si fanno queste competizioni? Forse non per i tifosi…e se non sono per loro, allora per chi?

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