Offside! Per un atteggiamento oltremodo in fuorigioco! C’è infatti un filo rosso che lega Milan-Como, il derby di Milano d’andata contro l’Inter e, più in generale, l’atteggiamento di certi allenatori nel calcio italiano. Un filo fatto di mani che non dovrebbero esserci, di prediche morali e di decisioni disciplinari che faticano a trovare coerenza…
Le mani di Fabregas su Saelemaekers in movimento
Partiamo dall’ultimo episodio, in ordine cronologico. Durante Milan-Como, su una rimessa laterale, Alexis Saelemaekers si prepara a rientrare velocemente in posizione mentre il Como sviluppa un’azione offensiva. Dalla propria area tecnica, Cesc Fabregas lo trattiene per la maglia, rallentandone il movimento. Non è un gesto simbolico, non è una protesta verbale: è un contatto fisico durante un’azione di gioco.
Massimiliano Allegri reagisce immediatamente, esce dalla propria area tecnica per difendere il giocatore, si accende un confronto acceso con un membro dello staff del Como e la situazione degenera. Risultato: espulso Allegri, espulso il team manager del Como. Provvedimenti corretti, se il contatto tra le panchine è stato ritenuto eccessivo e fuori dall’area consentita. Il mister del Como, però, non viene né ammonito né espulso. E soprattutto non arriva alcuna sanzione successiva.
Resta difficile spiegare come il quarto uomo non abbia ravvisato l’intromissione diretta di un tecnico in un’azione di gioco. Perché il punto non è la reazione di Allegri, ma il gesto iniziale: un allenatore che interviene fisicamente su un calciatore in movimento.

Il tutto assume contorni quasi grotteschi nel post partita. Fabregas ammette: “Ho sbagliato, sono stato antisportivo, chiedo scusa, so che non va fatto. Aveva ragione Chivu, le mani vanno tenute a posto in alcuni momenti”. Una frase che suona come autocritica, ma che non cambia la sostanza: nessuna conseguenza disciplinare.
Allegri, dal canto suo, ha risposto con sarcasmo: “Comportamento negativo, la prossima volta entro in campo io e faccio una scivolata…”. La battuta strappa quasi un sorriso, ma il punto resta serio.
Era già successo al Milan quest’anno
Nel derby d’andata contro l’Inter, il Milan si era già trovato a protestare per un’intromissione dalla panchina avversaria: Chivu aveva tentato di ostacolare Rabiot in una rimessa veloce rossonera, interferendo con la ripartenza.
Due situazioni diverse nella dinamica, ma simili nella sostanza: allenatori che escono dal ruolo di osservatori e diventano parte attiva dell’azione. E in entrambi i casi il Milan si è trovato al centro dell’episodio.

Il paradosso è che proprio Chivu, dopo Inter-Juve, aveva parlato di correttezza e di mani da tenere a posto. E Fabregas, pochi giorni dopo, cita quella frase per chiedere scusa per un gesto che lui stesso riconosce come antisportivo. Allenatori che predicano fair play e poi, quando la tensione sale, tornano a comportarsi da giocatori.
Una questione non solo morale, ma disciplinare
Se un tecnico può trattenere un calciatore durante un’azione e non ricevere neppure un cartellino, il problema non è l’ipocrisia delle dichiarazioni, ma l’assenza di una linea chiara. Le espulsioni per chi esce dall’area tecnica sono applicate con rigidità. L’intromissione fisica nel gioco di allenatori su giocatori, invece, sembra finire in una zona grigia.
E per capire quanto la percezione cambi basta ricordare un episodio avvenuto lontano dalla Serie A. Nel campionato di Promozione Toscana a settembre 2024 durante Pontassieve-Subbiano, l’allenatore degli ospiti, Alessio Guidotti, entrò in campo per fermare un attaccante lanciato in contropiede. Espulsione immediata e, nei giorni successivi, 43 giorni di squalifica.
Contesti diversi, dinamiche diverse, ma stesso principio: un tecnico che interferisce con il gioco. La differenza, però, è nelle conseguenze.
Ed è questa la vera domanda che resta dopo Milan-Como: perché il regolamento sembra rigidissimo quando si tratta di area tecnica e molto più elastico quando un allenatore mette fisicamente le mani su un’azione?
Il Milan, in questa stagione, si è trovato due volte dentro lo stesso tipo di zona grigia. E al di là delle rivalità, delle ironie e delle battute di Allegri, il tema è più ampio: se chi guida una squadra può entrare, trattenere, ostacolare e poi limitarsi a chiedere scusa, allora il confine tra campo e panchina diventa sempre più sottile.