Offside! Dopo Cremonese-Inter con il portiere Audero colpito da un petardo lanciato dagli spalti dei sostenitori neroazzuri, il Viminale annuncia il “pugno duro”. La Lega applaude, le istituzioni ribadiscono la linea: tolleranza zero. Tutto giusto, tutto previsto, tutto formalmente ineccepibile. Dopo i fatti di Cremona la risposta è quella che conosciamo da anni, quasi fosse un protocollo automatico: individuare il colpevole, arrestarlo, DASPO, multa alla società, curva a rischio chiusura. E avanti così, fino al prossimo episodio.
Il problema è che questo famoso “pugno duro” colpisce sempre nella stessa direzione. Non verso chi trasforma uno stadio in un campo di battaglia, ma verso chi lo stadio lo vive senza delinquere. Il singolo sbaglia, anzi compie un gesto gravissimo, ma a pagare sono migliaia di persone. Curve chiuse, trasferte vietate, settori svuotati, partite senza pubblico. Il calcio italiano ha normalizzato la punizione collettiva, come se fosse l’unico strumento disponibile.
Come avvenuto per i tifosi di Roma e Fiorentina, dopo gli scontri in autostrada tra tifosi della viola e giallorossi – peraltro, come si legge su Sky Sport: “senza che si sia mai fatto seguito all’adozione di clausole di non gradimento verso i singoli tifosi responsabili di violenze” – negli anni il tifoso è diventato il bersaglio più facile. Non quello violento, che spesso viene intercettato solo dopo aver fatto danni, ma quello regolare, organizzato, riconoscibile. È su di lui che ricade tutto il peso delle decisioni istituzionali. E intanto si costruisce un sistema sempre più ostile a chi vorrebbe semplicemente andare allo stadio: calendari spezzettati per esigenze televisive, partite a ogni ora e in ogni giorno, abbonamenti TV sempre più costosi, biglietti che aumentano, settori popolari…che popolari non sono…
Il paradosso è evidente. Si dice di voler difendere il calcio, ma si continua a svuotarlo della sua parte più viva. Si colpiscono le curve, si depotenzia il tifo organizzato e poi ci si stupisce se gli stadi diventano luoghi freddi e “teatrini” buoni solo per le tv.
Nessuno vuole difendere chi lancia petardi, fumogeni o razzi. Nessuno chiede indulgenza per chi mette a rischio la salute degli altri. Ma il “pugno duro”, se colpisce sempre e solo in modo orizzontale, non risolve il problema. Lo sposta, lo rimanda, lo nasconde. E soprattutto alimenta una frattura sempre più profonda tra il calcio e chi dovrebbe esserne il cuore.
Forse il vero coraggio non è chiudere una curva. È smettere di trattare tutti i tifosi come colpevoli preventivi per le colpe dei singoli.