La Lega Serie A combatte il pezzotto con l’IA: il nuovo spot anti-pirateria è un altro buco nell’acqua

Offside! È passato appena un anno e la Lega Serie A è tornata alla carica. La guerra alla pirateria audiovisiva continua e, puntuale come l’inizio del campionato, torna anche la campagna #STOPIRACY. Solo che quest’anno il messaggio è cambiato. E, insieme al messaggio, è cambiato anche il modo di raccontarlo…in peggio!

L’anno scorso avevamo il bambino con la testa fra le mani, seduto sugli spalti di uno stadio completamente vuoto e abbandonato. Una scena drammatica, costruita per far sentire in colpa chi guarda illegalmente una partita.

Quest’anno si cambia registro. La Lega ha scelto uno spot realizzato quasi interamente con l’intelligenza artificiale (GUARDA QUI IL VIDEO), nel quale un uomo si “mimetizza” con il proprio divano mentre guarda una partita. Esulta al gol, ma viene scoperto perché collegato al cosiddetto “pezzotto“. Il tutto con quelle facce e quelle espressioni inquietanti e plasticose che ormai riconosciamo immediatamente nei video generati dall’IA.

Il messaggio, questa volta, è ancora più diretto: “Quando usi il pezzotto lasci sempre tracce digitali. Non rischiare la multa. Mettiti in regola, conviene”. La campagna è stata realizzata dall’agenzia Proforma ed è stata presentata il 21 agosto scorso sui canali social della Serie A. La Lega sottolinea che l’obiettivo è parlare direttamente all’utente finale, ricordandogli che la pirateria lascia tracce e che oggi il rischio di sanzioni è concreto.

E sia chiaro, ancora una volta: non c’è alcuna intenzione di difendere la pirateria. Chi utilizza illegalmente contenuti protetti commette un illecito e, se lo fa consapevolmente, non è certo una vittima. Il problema esiste, è enorme e va combattuto. La stessa Lega parla di 2,3 miliardi di euro di fatturato perso dall’economia italiana nel 2025 e di un fenomeno che coinvolge ancora una fetta significativa della popolazione.

C’era bisogno dell’IA?

Perché questo nuovo spot produce un cortocircuito quasi involontariamente comico. La Lega Serie A vuole convincere gli utenti a non utilizzare una scorciatoia illegale per accedere ai contenuti audiovisivi e, per realizzare la propria campagna di comunicazione, sceglie l’intelligenza artificiale. Ovviamente, non c’è nulla di illegale nell’utilizzare l’IA, ma viene spontaneo chiedersi se sia davvero il modo migliore per comunicare un messaggio che parla di valore, lavoro e rispetto di chi produce contenuti.

Il paradosso è evidente: da una parte si dice al tifoso che non deve cercare scorciatoie per vedere il calcio, dall’altra si utilizza una tecnologia che permette di produrre immagini e video senza ricorrere necessariamente alle stesse professionalità creative che hanno costruito per decenni la comunicazione audiovisiva. Una contraddizione comunicativa e forse anche un’occasione persa.

Perché la gente sente il bisogno di piratare?

In primis bisogna riconoscere che la pirateria è sempre esistita e, con ogni probabilità, continuerà a esistere. È presente nella musica, nei film, nelle serie televisive, nei videogiochi e nello sport. Combatterla è sacrosanto. Pensare di eliminarla semplicemente ripetendo che “è illegale” è invece molto meno efficace.

Forse sarebbe utile chiedersi se una parte del fenomeno non sia alimentata anche dal fatto che la passione per il calcio sia diventata, per molte famiglie, una spesa importante. Perché un bambino dovrebbe necessariamente rinunciare a vedere la propria squadra se suo padre non può permettersi centinaia di euro di abbonamenti? Perché andare allo stadio dovrebbe essere un’esperienza sempre più costosa, tra biglietti, trasferte, parcheggi e merchandising?

L’anno scorso avevamo immaginato il bambino dello spot con le mani nei capelli mentre guardava uno stadio vuoto. Ma sarebbe stato interessante fargli dire qualcosa di diverso: “Peccato che non posso vedere le partite della mia squadra perché l’abbonamento costa troppo e mio papà non può permetterselo”. Oppure: “Peccato che non posso andare allo stadio perché il biglietto costa troppo”.

Come dicevamo un anno fa, forse sarebbe stato uno spot meno drammatico, ma decisamente più onesto.

La via più breve o quella più veloce?

Ed è forse proprio qui che lo spot della Lega Serie A contro la pirateria di quest’anno diventa involontariamente comico. Perché mentre ci viene spiegato che per guardare il calcio bisogna scegliere la via corretta, quella legale, quella che rispetta il lavoro e il valore di chi produce i contenuti, la Lega sembra aver scelto per la propria comunicazione la via più breve: affidarsi all’intelligenza artificiale.

Il problema non è l’IA. Sarebbe sciocco sostenere che utilizzare uno strumento tecnologico così potente oggi equivalga a fare qualcosa di sbagliato. Il problema è il risultato. Perché se l’obiettivo era realizzare uno spot capace di catturare l’attenzione, far riflettere e convincere qualcuno a rinunciare al pezzotto, ci si ritrova invece davanti a un video che sembra uscito da uno dei tanti esperimenti amatoriali con l’intelligenza artificiale che circolano sui social, facce ed espressioni surreali, movimenti innaturali, quella patina artificiale che rende immediatamente riconoscibile il prodotto.

E alla fine viene quasi da chiedersi se sia davvero questo il modo migliore per difendere il valore del calcio.

Lo spot vuole dirci che il tifoso deve rispettare il lavoro degli altri. Ma contemporaneamente sceglie una modalità di produzione che, proprio nel mondo della comunicazione, sta aprendo una discussione enorme sul futuro del lavoro creativo e sulla sostituzione di alcune professionalità. Vuole convincerci che il “pezzotto” è una scorciatoia, ma per farlo sembra averne presa un’altra…

Questo è l’aspetto più tragicomico di tutta la vicenda. Dopo il bambino disperato nello stadio vuoto dell’anno scorso, quest’anno abbiamo un uomo che si fonde con il divano, una faccia da cartone animato generata dall’IA e un messaggio che ci ricorda che “lasciamo tracce digitali”.

La Lega Serie A voleva evidentemente fare paura al pirata, ma questa volta forse, più che altro, lo ha fatto ridere.

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