Offside! In fuorigioco c’è finita la Ferrari o meglio, il suo Presidente John Elkann. Nel giro di pochi giorni, la Ferrari ha vissuto due mondi opposti. Nel Mondiale Endurance WEC (World Endurance Championship) ha trionfato, portandosi a casa i titoli Costruttori e Piloti nella classe Hypercar. In Formula 1, invece, in Brasile è arrivato l’ennesimo disastro: un doppio zero e tanta delusione. Da una parte la Ferrari che funziona, dall’altra quella che arranca, da anni.

E proprio dopo San Paolo, John Elkann ha scelto di parlare. Non per difendere la squadra, ma per puntare il dito: “In F1 abbiamo piloti che devono concentrarsi a guidare e parlare meno. Come dimostra la vittoria nel WEC, quando la Ferrari è unita, vince”.
Un messaggio chiaro, ma anche ingeneroso. Perché se davvero la Ferrari non riesce a vincere, il motivo non è nei piloti. È nella macchina, nei progetti, nelle scelte. E se il presidente Elkann crede che basti farli “parlare meno” per cambiare il corso delle cose, allora non ha colto la realtà del problema. Il che, dopo un mondiale che manca da ben 18 anni, è abbastanza frustrante e fuori luogo.
Anzi, se c’è una certezza in questi anni di montagne russe, quella si chiama Charles Leclerc. È lui che ha tirato avanti la carretta, spesso da solo, con una dedizione fuori dal comune e prestazioni che, pur non portando vittorie, hanno tenuto la Ferrari a galla. I pochi podi conquistati in questa stagione sono la dimostrazione che il talento c’è, la fame pure, ma manca la macchina. E accanto a lui c’è Lewis Hamilton, un sette volte campione del mondo: un fuoriclasse che non ha nulla da dimostrare. La sua carriera parla da sola e chi lo critica dimentica che, in Formula 1, anche i più grandi – da Alonso a Vettel – in rosso hanno dovuto arrendersi ai limiti del mezzo.

In Formula 1 — e in generale in tutti i motorsport — il pilota conta, ma la macchina conta infinitamente di più. Forse nella MotoGP il talento può compensare un mezzo imperfetto, ma in F1 no. È la macchina a fare il 90% del risultato. Basterebbe pensare ad un paradosso semplice: se un pilota totalmente inesperto guidasse una Ferrari di Formula 1 e Max Verstappen fosse costretto a farlo con una Panda, vincerebbe il primo cento volte su cento. L’esempio è estremo, ma spiega tutto: la macchina, più di ogni altra cosa, determina il risultato.
E allora prendersela con Charles Leclerc e Lewis Hamilton (7 volte campione del Mondo di F1) significa distogliere lo sguardo dal punto cruciale. Il monegasco continua a difendere la squadra e a parlare di unità. L’inglese, al suo primo anno in rosso, ha portato esperienza, immagine e la serenità di chi crede nel progetto. Sono loro, oggi, i simboli più solidi della Scuderia Ferrari di F1.

A mancare, semmai, è ciò che sta intorno: gli investimenti giusti, le scelte coraggiose, una direzione sportiva forte, una visione tecnica chiara. È lì che la Ferrari deve ritrovarsi, non nei silenzi o nelle parole dei piloti.
Elkann ha detto che “la Ferrari vince quando è unita”. È vero, ma l’unità nasce dall’alto, non dal basso. Si costruisce con la fiducia, non con le accuse. Per tornare competitiva, la Ferrari deve ripartire dalla macchina: dal suo sviluppo e dai suoi uomini, in pista e fuori. Dunque servono visione e coraggio nelle scelte.
E se è vero che la Ferrari deve restare unita, che sia il suo presidente ad imparare per primo.