Mano davanti alla bocca e rosso: una regola giusta applicata nel modo sbagliato

Offsidfe! C’è un gesto che il calcio italiano si porta dietro da più di dieci anni, ed è diventato una moda insopportabile. Fu Walter Mazzarri, ai tempi della Sampdoria, a rivendicarne la paternità: lo escogitò per parlare con Antonio Cassano senza farsi leggere il labiale dalle telecamere. Da lì in avanti l’hanno copiato tutti, in ogni categoria, per ogni tipo di conversazione — un’abitudine ormai talmente diffusa da essere diventata un tic collettivo del calcio contemporaneo. Ai Mondiali 2026 quel tic è stato finalmente sanzionato

Ai Mondiali 2026 è bastato un episodio di Champions League, mesi prima del torneo, per cambiare il modo in cui i calciatori litigano in campo. Vinícius che accusa Prestianni di averlo insultato coprendosi la bocca con la maglietta, l’inchiesta UEFA, la squalifica del giovane del Benfica: da lì l’IFAB ha scritto una norma nuova, inserita nell’articolo 12.4 del regolamento, che punisce con il rosso diretto chi si copre la bocca — con la mano o con la maglia — durante un confronto con un avversario, per impedire che si legga cosa sta dicendo.

Non un divieto assoluto: il gesto in sé non è reato, lo diventa quando accompagna un alterco e l’arbitro, anche grazie al VAR, lo interpreta come un tentativo di nascondere insulti o frasi discriminatorie. La decisione resta affidata al contesto e quindi, alla lettura del direttore di gara.

È esattamente questa discrezionalità ad aver reso la regola, nel primo mese di torneo, tanto rivoluzionaria quanto imprevedibile.

Il primo caso: Almiron

Il debutto arriva nel recupero del primo tempo di Turchia-Paraguay: Miguel Almiron si rivolge al turco Mert Muldur coprendosi la bocca con una mano. I turchi protestano, il VAR richiama l’arbitro salvadoregno Ivan Barton al monitor, il rosso è diretto. Almiron entra nella storia del calcio come primo giocatore mai espulso per questo motivo, e si becca pure la squalifica automatica per l’ultima giornata del girone contro l’Australia. Un dettaglio non secondario: il centrocampista del Paraguay era già stato protagonista, nella partita d’esordio, del primo caso di “scambio di identità” corretto dal VAR — un giallo tolto a un avversario e assegnato a lui. Due primati regolamentari in due partite, per lo stesso giocatore.

L’eccezione che ha fatto discutere: Messi e Bellingham

Il caso Almiron avrebbe potuto sembrare un precedente granitico, valido per chiunque. Non è andata così. In Inghilterra-Ghana, Jude Bellingham si copre la bocca parlando con Jordan Ayew — stessa dinamica, stesso gesto — ma l’arbitro non lo sanziona. Nessun errore tecnico: la norma non prevede l’automatismo del rosso, ma lo lega al giudizio sul tono e sul contesto dello scambio. Bellingham viene di fatto graziato perché il confronto viene letto come pacato, non ostile. È la prova che la regola, per quanto scritta per eliminare le “zone grigie” dell’alibi del labiale illeggibile, ne introduce comunque una: quella della sensibilità arbitrale nel distinguere un diverbio acceso da una battuta tra avversari.

Va inoltre ricordato che la norma si applica solo ai confronti con un avversario: quando Messi si è coperto la bocca per parlare con i propri compagni, la situazione non rientrava nemmeno nel perimetro della regola, che non riguarda le comunicazioni interne a una squadra.

Hincapié e Giménez: quando è l’avversario a “denunciare” il gesto

Il caso più recente arriva nei sedicesimi di finale, in Messico-Ecuador, con il Tri già avanti 2-0 e la qualificazione in cassaforte. Nel recupero, Piero Hincapié ha un acceso battibecco con Santiago Giménez e, rivolgendosi al milanista, si copre la bocca con la mano. Ma stavolta il dettaglio decisivo non è solo il gesto: è la reazione immediata di Giménez, che richiama attivamente l’attenzione dell’arbitro sloveno Slavko Vinčić segnalando l’infrazione. Quest’ultimo viene richiamato al VAR, rivede l’episodio, estrae il rosso. Seconda espulsione al Mondiale per lo stesso motivo, con l’Ecuador già fuori dai giochi.

Una regola, un nuovo riflesso tattico

Il filo che lega i tre episodi non è solo regolamentare, ma comportamentale. In meno di un mese i giocatori hanno imparato a usare la norma come arma: sia evitando il gesto quando conviene, sia sfruttandolo attivamente contro l’avversario, come ha fatto Giménez, che non si è limitato a subire il battibecco ma ha trasformato il gesto di Hincapié in un’espulsione, prima ancora che intervenisse il VAR. È lo stesso schema già visto con Muldur contro Almiron: la vittima designata della provocazione diventa, nel giro di pochi secondi, l’accusatore che chiede al direttore di gara di applicare la regola.

Il bilancio, a metà Mondiale, è chiaro: la regola va difesa nel principio. Basta con questo gesto diventato una moda, ed è giusto che chi lo fa paghi. Ma finché resterà legata alla sensibilità del singolo arbitro, casi come quello di Bellingham continueranno a esistere, e con essi la sensazione che il regolamento venga applicato a corrente alternata. Un Mondiale che introduce la norma più severa degli ultimi anni dovrebbe avere il coraggio di applicarla sempre, non solo quando il tono sembra abbastanza acceso da giustificarla.

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