Offside! Mondiale 2006 in Germania, 1° luglio, Deutsche Bank Arena, Francoforte: siamo nella casa dell’Eintracht e l’atmosfera è quella del calcio vero. Sono i quarti di finale tra i campioni in carica del Brasile e la spumeggiante Francia trascinata da quel maledetto genio di Zinedine Zidane.
Il fantasista marsigliese non è al top perché viene da un infortunio, ma i verdeoro, fortissimi forse anche più di quattro anni prima, lo temono più di chiunque altro…
La Francia di Domenech si dispone con una formazione tutto sommato equilibrata: Zidane, Ribéry e Malouda alle spalle di Henry, e dietro, solidamente, Vieira e Makelele a fare da schermo a Thuram e Gallas, a protezione di Barthez, lasciando correre sulle fasce Sagnol e Abidal. Il Brasile di Pereira è pieno di talento e interamente votato all’attacco: a difendere la porta c’è Dida, davanti a lui Lucio e Juan, di fatto gli unici difensori, con sulle fasce autentici corridori come Cafu e Roberto Carlos; a centrocampo Silva a ideare, Zé Roberto a “fare legna” e poi lo specialista dei piazzati Juninho Pernambucano; trequarti e attacco da sogno con la magia di Kakà, la completezza e la straordinaria velocità di Ronaldo il Fenomeno e la follia fantasiosa di Ronaldinho. Probabilmente la miglior partita di quel Mondiale per intensità, talento e gioco… almeno sulla carta.
Quel giorno il calcio aveva deciso di regalare al suo pubblico un’ultima delizia del numero 10 francese. Il trentaquattrenne marsigliese decide infatti che la palla, alla fine, doveva portarsela a casa: doveva essere lui il mago di quell’incontro. In campo fa letteralmente ciò che vuole, rimpinzando gli avversari di veroniche, doppi passi, tunnel, dribbling e finte varie, con una naturalezza incredibile. In quella sera Zizou era semplicemente imprendibile, una costante spina nel fianco per tutti, un giocoliere.
La Provence il giorno dopo titolò: “È più brasiliano dei brasiliani”, perché sì, in quella notte di Francoforte il vero brasiliano era proprio Zizou, e poco importa se la palla in fondo al sacco la deposita Henry, naturalmente su suo assist. Sicuramente in quella partita Zinedine dimostrò – qualora ce ne fosse ancora bisogno – perché è annoverato tra i migliori numeri 10 della storia del calcio. Poco importa la finale, poco importa il resto. Zidane era, in quegli anni, in quel contesto, quello che Baggio fu per l’Italia otto anni prima: il protagonista e trascinatore del più bel sogno possibile, gettato al vento per errori che rendono questi giocatori incredibilmente umani nella loro mitologia e ai quali concedi tutto, anche l’errore che ti condanna ad arrenderti proprio lì, ad un centimetro dal traguardo…