Offside! Inutile girarci intorno, la Spagna ha meritatamente vinto il Mondiale, dominando il gioco e dimostrando che spesso e volentieri il gruppo vince. Ma, come forse abbiamo imparato osservando, non è solo il gruppo, è la programmazione e il credere nelle proprie risorse a fare la differenza.
Chi terrebbe in panchina un fenomeno come Pedri o un talento come Gavi? O un pazzo o il CT spagnolo Luis De la Fuente. Chi si sognerebbe di tenere in panchina Raya (finalista di Champions League e campione d’Inghilterra con l’Arsenal) e Joan García (campione di Spagna con il Barça) per far giocare Unai Simón? Sempre il solito pazzo o Luis De la Fuente…
Questo è solo un piccolo esempio di come un allenatore che si fida ciecamente di un gruppo di ragazzi che ha “cresciuto” se ne freghi del palmarès e delle gerarchie dettate dallo status dei loro club.
E la Spagna può permettersi tutto ciò perché crede nei giovani e nei progetti, è convinta che il giovane, se è bravo, deve poter giocare tra i grandi, anche se la squadra si chiama Real Madrid o Barcellona. La Spagna non ha e non ha avuto paura di “bruciare” i talenti, anzi. Un esempio? Beh, chi se non il miglior giovane di questo Mondiale? Pau Cubarsí, che a 19 anni conta già oltre 100 presenze tra club e nazionale e gioca con una tranquillità ed una leadership difensiva spaventosa.
Il progetto alla lunga vince sempre: la programmazione non mente.
In Francia i talenti spesso giocano fuori nazione, è vero, ma crescono in patria. Mbappé viene dal settore giovanile del Monaco, Camavinga da quello del Rennes, Tchouaméni da Bordeaux, Désiré Doué dal Rennes. Tutti prodotti “in casa” poi finiti a giocare all’estero (Real Madrid, Bayern) da protagonisti.
In Inghilterra non si ha paura di buttare nella mischia diciottenni. Esempi recenti: Kobbie Mainoo lanciato titolare dal Manchester United a 18-19 anni in una big; Ethan Nwaneri, diventato il più giovane marcatore della storia della Premier League con l’Arsenal; Myles Lewis-Skelly, sempre Arsenal, titolare fisso appena diciottenne; Rico Lewis lanciato da Guardiola al Manchester City. Nessun timore reverenziale nel farli giocare subito ad alto livello.
In Germania, dal punto di vista degli “under“, fanno da maestri, tanto che i nostri “talentini” spesso vanno lì a finire di crescere. Al Borussia Dortmund ci sono Luca Reggiani, Filippo Mane, e in passato Luca Perri (poi passato all’Eintracht Braunschweig); al Bayern Monaco il centrocampista offensivo Fabio Chiarodia; e altri profili come Alì Zoma, Guido Della Rovere, Alessandro Crimaldi e Gabriel Zarrella sparsi tra i settori giovanili di club come Mönchengladbach e Colonia.
Ecco, a noi in Italia, i giovani proprio non piacciono, o meglio abbiamo paura a dargli fiducia…
Sia chiaro, uno Yamal noi non ce l’abbiamo e neanche un Cubarsí, ma sicuramente non è tutto da buttare via. Sarà possibile che Reggiani e Natali in Italia non possano giocare? Possibile che le nostre seconde squadre debbano usare 5 over 30 ogni partita? Perché i nostri ragazzi di 18 anni devono essere mandati a giocare in Serie D o in Serie C invece di credere nei loro talenti?
Uno degli obiettivi di Giovanni Malagò da neo presidente della FIGC, di Maldini e Leonardo da dirigenti, dovrà essere anche questo: riformare un sistema morto e superato, puntando sul talento e mettendo da parte clientelismo e procuratori che hanno contribuito al collasso del “sistema pallonaro italiano“.
La Spagna e Luis De la Fuente ci hanno insegnato che il talento e i risultati si costruiscono nei vivai, nelle formazioni giovanili, dove si creano legami sportivi e umani destinati a durare. La domanda, allora, non è se l’Italia abbia i mezzi per farlo, ma se abbia il coraggio di osare ed iniziare finalmente a lanciare i giovani. La nostra unica/ultima salvezza…