Offside! Cringe: “imbarazzante, detto di scene e comportamenti altrui che suscitano imbarazzo e disagio in chi le osserva” (Accademia della Crusca). Potremmo definire così, in una parola, gli imbarazzanti monologhi di Daniele Adani alla Rai, esasperati quando in campo c’è l’Argentina…
Ci sono confini che nel modo di raccontare il calcio non dovrebbero essere superati. Uno di questi è quello tra passione e tifo, tra racconto ed esaltazione, tra telecronaca e “teatrino” personale.
Ma tanto come si dice? L’importante è parlarne, non importa se bene o male.
Il racconto in campo
La semifinale mondiale tra Inghilterra e Argentina ha riportato al centro del dibattito Lele Adani e il suo modo di raccontare le partite. Perché chi svolge questo lavoro sa bene quali dovrebbero essere i valori fondamentali di una telecronaca: imparzialità, equilibrio, oggettività e capacità di accompagnare lo spettatore dentro una partita senza diventarne il protagonista.
Eppure con Adani troppo spesso sembra che il protagonista diventi il commentatore, non quello che accade in campo.
Durante Inghilterra-Argentina è sembrato quasi che ogni momento fosse l’occasione per un’esplosione emotiva, per un’esaltazione continua delle giocate dell’Albiceleste, per una serie di urla e commenti sopra le righe difficili da conciliare con il ruolo di chi dovrebbe SOLO raccontare una partita.
Il punto non è avere emozioni, ci mancherebbe, anzi è apprezzabilissimo che Adani trasmetta tanta emotività alla gente. Una buona telecronaca deve avere emozioni. Perchè il calcio è passione, è storia, è sentimento.
Il problema è quando la passione prende il sopravvento sul racconto (e sul povero Alberto Rimedio, ndr) e soprattutto quando questa passione sembra avere una “direzione” precisa. Perché se questo fosse lo stile di Adani in ogni partita, si potrebbe parlare semplicemente di una scelta comunicativa, ma il fatto che questo atteggiamento emerga soprattutto quando gioca l’Argentina rende il discorso diverso: non sembra più soltanto trasporto, sembra partecipazione, da vero tifoso (invitiamo pertanto a fare un giro sui social di Adani per verificare, ndr).
E il tifoso, per quanto appassionato, non può essere il telecronista…ci spiace…
Vero è che Adani non è un giornalista, ma un opinionista. Una distinzione formale che però non cambia la sostanza: quando si è davanti a milioni di spettatori, soprattutto su una televisione pubblica, la RAI, esiste comunque una responsabilità nel modo di comunicare.
La follia del post partita
Ma la parte più sorprendente è arrivata nel dopo partita della RAI, durante la trasmissione Notti Mondiali, quando un Daniele Adani trasfigurato in volto, ai limiti dell’alienazione, ha dichiarato: “Le parole mi vengono da sole. A volte non so nemmeno cosa dico”.
ALT! Fermiamoci e riflettiamo…
Questa è una frase che lascia perplessi. Perché chi parla al pubblico dovrebbe sempre essere consapevole delle proprie parole, soprattutto quando quelle parole arrivano attraverso un mezzo potente come la televisione.
Ancora più discutibile il passaggio conclusivo: “Ringrazio per poter testimoniare queste cose, il calcio, che mi rende una persona migliore e mi migliora come uomo”. FOLLIA.
Il calcio può certamente emozionare, insegnare valori e regalare momenti indimenticabili. Ma trasformare una telecronaca in una sorta di esperienza spirituale personale rischia di apparire eccessivo, fuori luogo, quasi caricaturale. Insomma, una roba che alla RAI proprio non si può sentire.
Come detto in partenza, il termine più utilizzato oggi sarebbe uno solo: cringe.
La sensazione è che questo stile venga ormai accettato perché genera discussioni, reel e click sui social e attenzione mediatica. La sensazione è che alla Rai tutto questo non solo venga tollerato, ma persino incoraggiato. Ma il fatto che questa cosa faccia parlare non significa automaticamente che sia un qualcosa di positivo.
La famosa frase “l’importante è che se ne parli” può funzionare nel mondo dello spettacolo. Ma quando si racconta sport, e soprattutto quando lo si fa per un servizio pubblico, dovrebbe contare anche il modo in cui se ne parla. Perché il calcio, “el fútbol” caro Lele, non ha bisogno di tutto ciò.