Offside! Questa volta ad andare fuorigioco, o meglio, fuori dal gioco, è stato l’arbitro di Serie A (della Sezione di Torre Annunziata) Marco Guida, nato a Pompei il 7 giugno 1981, che in una recente intervista ha raccontato la pressione di essere arbitro ad alti livelli ed arbitrare in contesti difficili.
C’è una frase, tra tutte, che colpisce più delle altre: “Ho una famiglia, un’attività, tre figli. Se sbaglio ad assegnare un rigore non posso uscire di casa per due giorni”. A pronunciarla è Marco Guida, arbitro internazionale, intervenuto ai microfoni di Radio CRC per raccontare – senza filtri – cosa significa, oggi, vivere da arbitro in Italia. E, soprattutto, in Campania.
Mai più Napoli
Guida ha annunciato che non dirigerà più partite del Napoli. Non per conflitti d’interesse o imposizioni dall’alto, ma per scelta personale. Per quiete. Per protezione. Perché come ha detto “qui il calcio viene vissuto in maniera più emotiva rispetto ad altre città come Milano”. E quando si vive a pochi chilometri dallo stadio, con i figli che vanno a scuola e una routine normale fuori dal rettangolo verde, l’errore arbitrale può trasformarsi in una condanna sociale.
È un campanello d’allarme. Non tanto per il calcio, che da sempre si nutre di tensione, pathos e spirito campanilistico, ma per l’ambiente che si crea intorno: uno spazio dove l’arbitro è spesso visto come un nemico, una figura da attaccare a prescindere, alimentando un clima che va ben oltre la sana critica sportiva.
Guida non è solo. Anche il collega Fabio Maresca ha preso la stessa decisione. Entrambi napoletani, entrambi consapevoli che arbitrare la squadra della propria città, pur essendo tecnicamente possibile da qualche tempo, è emotivamente ingestibile. Il punto inoltre non è tanto il tifo, quanto la reazione sproporzionata che un singolo errore può provocare nella quotidianità.
Colpa dei media?
La riflessione si allarga, inevitabilmente, al ruolo dei media e dei social, che troppo spesso esasperano il racconto arbitrale. “Sono i media e i giornali – aveva detto Guida nell’intervista a Radio CRC – che rappresentano l’arbitro come la figura del nemico da insultare a prescindere. Io non riesco a passarci sopra, non riesco a vedere una partita in cui i genitori dei ragazzi che giocano in campo a prescindere insultano l’arbitro, un ragazzino coetaneo dei loro figli. Io sono genitore di tre figli e credo fortemente che sia un qualcosa di profondamente diseducativo”.
Ma a colpire più di tutto è la portata quasi “esistenziale” delle parole di Guida: un arbitro che rinuncia ad arbitrare la squadra della propria città non per un conflitto d’interessi (così dice lui), ma per protezione personale. Perché vivere in provincia di Napoli, in mezzo alla propria gente, rende impossibile gestire la pressione che segue ogni errore.
Sono parole che aprono dubbi, non risposte e che ci costringono a fermarci un attimo prima di gridare al torto subito. Dobbiamo chiederci se questo è il clima che vogliamo intorno al calcio, se davvero, oggi, essere arbitri è diventato un mestiere incompatibile con la normalità e se tutto questo sia ancora parte del gioco…oppure del tutto “fuori-gioco”.