Offside! I campi da calcio sintetici, in erba artificiale, da qualche anno sono diventati una parte fondamentale della cultura calcistica in Italia e in tutto il mondo. Questi campi hanno consentito ai giocatori di godere del loro sport preferito in qualsiasi momento, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Tuttavia, la Commissione europea nelle scorse settimane ha adottato il divieto di vendita di materiali polimerici, che entrerà in vigore a partire dal 2031, quindi entro 8 anni tutti i terreni da gioco “non a norma”, dovranno essere dismessi e sostituiti. Tale decisione, inoltre, sarebbe stata presa per aiutare la Commissione europea a raggiungere l’obiettivo di ridurre l’inquinamento da microplastica di 400 mila tonnellate entro il 2040.
Il divieto in questione è dunque sui granuli di gomma, una delle sostanze più comuni utilizzate come riempitivo nei campi da calcetto sintetici. Questo divieto, come detto, è stato imposto a causa delle crescenti preoccupazioni per l’impatto ambientale e sulla salute associato a questi granuli di gomma che spesso contengono sostanze chimiche potenzialmente dannose.
Dunque cosa accadrà in Italia alle molte società, strutture sportive e Comuni che avevano investito considerevoli risorse nella costruzione di moderni campi in erba sintetica? Queste strutture ora si trovano di fronte ad un bivio: come adattarsi a questa nuova regolamentazione e continuare a offrire campi sicuri e di qualità per squadre, settori giovanili e scuole calcio?
Del resto, secondo il report 2023 della FIGC, in Italia ce ne sono 2.954, il 22% del totale degli impianti sportivi calcistici del nostro Paese (13.249).
Sicuramente una delle opzioni potrebbe essere la sostituzione dei granuli di gomma con materiali alternativi e non dannosi, o altri tipi di gomma sintetica, che potrebbe rappresentare una soluzione temporanea. Quindi la transizione verso campi in erba artificiale, ma non rinforzati con granuli di gomma, bensì con altre sostanze o materiali che non siano ritenuti dannosi. Questo richiederebbe un cambiamento sostanziale nell’approccio alla costruzione dei campi, ma potrebbe rappresentare anche un’opportunità per un aggiornamento tecnologico. Tuttavia, questa opzione potrebbe portare costi aggiuntivi insostenibili (soprattutto per le piccole realtà) e richiedere modifiche significative alle infrastrutture esistenti.
Le realtà più piccole del territorio italiano, come le società di quartiere o le scuole, infatti, potrebbero essere particolarmente colpite da questo divieto, poiché potrebbero non avere le risorse finanziarie per apportare le necessarie modifiche ai loro impianti entro il 2030. Questo solleva ulteriori preoccupazioni riguardo all’accessibilità al calcio amatoriale e giovanile. In conclusione, la decisione della Commissione Europea rappresenta una sfida significativa per l’Italia e altre nazioni europee. La protezione dell’ambiente e della salute pubblica è fondamentale, ma è altresì importante trovare soluzioni che permettano alle strutture esistenti di adattarsi in modo efficiente e sostenibile a questa nuova regolamentazione.