Offside! Stasera riparte la Supercoppa Italiana, ancora una volta in Arabia Saudita. È la sesta edizione giocata lì, ma sarebbe disonesto raccontarla come una novità improvvisa o come una forzatura nata ieri.
La Supercoppa, da anni, viaggia. Dalla prima edizione in trasferta a Washington DC nel 1993, a Tripoli nel 2002, o in Cina a più riprese tra il 2009 e il 2015, a Doha nel 2014 e nel 2016. Il problema, però, non è giocarla all’estero. Il problema è cosa la Supercoppa Italia è diventata nel frattempo.
Negli ultimi anni questa coppa nazionale ha progressivamente perso identità, trasformandosi in qualcosa che somiglia più a un torneo promozionale che a una competizione con un reale valore sportivo. Stadi mezzi vuoti, atmosfera fredda, tifosi lontani migliaia di chilometri e squadre che arrivano a questo appuntamento come fosse un fastidio da incastrare nel calendario. Il calcio, quello vero, vive di contesto, di rumore, di appartenenza. Qui resta solo il contorno patinato.
A rendere tutto ancora più stonato è la collocazione temporale. La Supercoppa nasce come “premio” per la stagione precedente, come passaggio simbolico tra un’annata e l’altra. Giocarla d’estate aveva un senso logico prima ancora che romantico. Oggi invece la si piazza a metà stagione, in pieno inverno, tra campionato ed Europa, spezzando ritmi e preparazioni. Per cosa? Per l’attrattività, ci viene detto. Ma attrattiva per chi, se poi il prodotto appare svuotato?
Napoli-Milan aprirà questa edizione, poi Bologna-Inter per le due semifinali. E qui emerge un altro nodo fondamentale. Dall’edizione 2023 la Supercoppa è diventata un torneo a quattro squadre. Una scelta che privilegia il numero di partite, il palinsesto, lo “spettacolo” inteso come quantità, non come significato. Partecipano anche squadre che hanno perso una finale o che sono arrivate seconde in campionato. Traguardi che poco hanno a che vedere con l’idea di una super sfida tra i migliori. Si allarga il campo, si diluisce il valore e di “Super” rimane ben poco…
È evidente che dietro tutto questo ci siano motivazioni economiche. I contratti sauditi garantiscono introiti importanti per la Lega e per i club, in un sistema che fatica a sostenersi. È una scorciatoia comprensibile, ma pericolosa. Perché il rischio è quello di abituarsi a monetizzare tutto.
C’è poi un tema che non può essere ignorato, quello etico. Portare eventi così identitari (si chiama Supercoppa Italiana…) in contesti contrastanti usati per mere operazioni di immagine internazionale solleva domande legittime. Il calcio italiano, già fragile nella sua credibilità, dovrebbe chiedersi se valga davvero la pena vendere anche la propria anima pur di fare cassa (si veda il caso Milan-Como in Australia).
La Supercoppa Italiana giocata in Italia sarebbe uno spettacolo vero. Stadi pieni, rivalità autentiche, pubblico coinvolto. Sarebbe forse un evento più sentito. Invece oggi è un prodotto distante, freddo, confezionato per altri occhi. Forse è ancora calcio, ma è sempre meno nostro.
E alla fine la sensazione è una sola: che questa Supercoppa d’Arabia non sia lontana solo geograficamente, ma soprattutto culturalmente. Lontana dai tifosi, lontana dal calendario, lontana dal senso stesso di ciò che dovrebbe rappresentare.