Offside! Madrid, capitale spagnola che conta oltre 4 milioni di abitanti (inclusa la provincia e le periferie), lega da sempre il suo nome a due delle tre o quattro grandi del calcio iberico: il Real Madrid, il club più titolato al mondo, simbolo della corona e del potere, con chiari rimandi al bianco come pulizia e nobiltà reale, la squadra dei ricchi, per intenderci; e l’Atletico Madrid, una squadra che va oltre la semplice rivalità, che identifica unione di intenti e senso di appartenenza, con forti e chiare origini basche (fondato da studenti baschi fuori sede) e soprattutto un’anima operaia e uno spirito battagliero, quasi militaresco.

Così, per anni, la capitale spagnola ha visto alternarsi i successi e le sconfitte delle due grandi della città. Tuttavia, negli ultimi decenni, è tornata a primeggiare nelle categorie professionistiche spagnole la terza squadra di Madrid, precisamente quella di un quartiere della città: il Rayo Vallecano.

Ma andiamo con ordine.

Madrid è una città enorme e, come tale, difficile da riassumere culturalmente in due sole anime. A differenza di città come Barcellona e l’intera Catalogna, oppure Pamplona e Bilbao e i Paesi Baschi in generale, dove identità e senso di appartenenza la fanno da padroni, Madrid mescola etnie, culture, simboli e status sociali molto diversi. Ed è proprio in questo intreccio, in un quartiere variopinto e a forte impronta operaia, che nasce la storia del Rayo.

Siamo a Vallecas, barrio situato a sud-est di Madrid, zona dall’animo ribelle, fortemente antifascista e soprattutto attiva contro violenze e disparità. La squadra in questione è, appunto, il Rayo Vallecano, quella che mercoledì 27 maggio, allo stadio di Sofia, affronterà il Crystal Palace (altra squadra particolarmente romantica) in finale di Conference League, in quella che sarà la prima volta in una finale europea in 102 anni di storia e che, comunque vada, resterà per sempre nella memoria dei suoi tifosi e impressa nei libri di storia.

La squadra madrilena, orgogliosa di sottolineare il proprio legame con il quartiere, è un vero e proprio mondo a parte. I biglietti si acquistano solo ai botteghini, creando lunghe file d’attesa ma favorendo la socializzazione tra le persone. Lo stadio si trova proprio nel mezzo del quartiere e i giocatori lo raggiungono camminando a fianco dei tifosi, creando un legame unico nel suo genere. Le tribune hanno prezzi popolari e, addirittura, non esistono le curve: al loro posto ci sono palazzi e unità abitative da cui è possibile osservare il match dei ragazzi di Vallecas. Spesso gli abitanti diventano parte integrante del tifo biancorosso.

I tifosi più caldi si chiamano “Bukaneros”: coriacei, compatti e profondamente radicati nel territorio. Sono tutti del posto, storicamente legati alla sinistra rivoluzionaria, provenienti da contesti operai e fortemente antirazzisti.

Emblematica la storia di aiuto verso un’anziana residente poco fuori dallo stadio che, indigente e in difficoltà per motivi di salute, aveva ricevuto lo sfratto esecutivo. La comunità di Vallecas l’ha aiutata a mantenere la casa per cui aveva lavorato una vita intera. Il calcio popolare è anche questo.

Insomma, il Rayo è un fulmine di comunità in un mondo troppo legato a business e poteri forti.

No nos moverán”, cantano a Vallecas: non ci sposteranno, non ci piegheranno. È più di un coro, è un manifesto identitario.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE:

Cerca negli articoli