Offside! L’Italia giovedì si gioca tutto in 90 minuti, forse 180. Lo spareggio contro l’Irlanda del Nord, porta d’ingresso per il Mondiale 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico, non è solo una partita: è un esame definitivo per una Nazionale che vive sospesa da troppo tempo nel passato. Dopo l’ultima partecipazione nel 2014 in Brasile, fallire ancora significherebbe certificare una crisi che ormai non si può più nascondere.
In questo contesto si inseriscono le scelte di Gennaro Gattuso. Convocazioni che fanno discutere, non tanto per i nomi in sé, ma per ciò che rappresentano oggi. Diversi giocatori arrivano con problemi evidenti: infortuni, minutaggi ridotti, condizioni lontane dall’ideale. Alessandro Bastoni è alle prese con problemi fisici, Diego Coppola ha accumulato appena una manciata di presenze stagionali, Davide Frattesi gioca pochissimo. Sandro Tonali e Federico Chiesa non sono al meglio, con quest’ultimo addirittura costretto a lasciare il ritiro.
E davanti la situazione non migliora: Moise Kean resta altalenante, Giacomo Raspadori nell’Atalanta trova poco spazio e segna ancora meno, mentre Mateo Retegui gioca in Arabia, lontano dai riflettori del grande calcio europeo. È una lista che, più che dare certezze, apre interrogativi. Non è il “top del top”, non solo per una questione di valore assoluto, ma proprio di forma attuale.
Le motivazioni del CT Gattuso
Lo stesso Gattuso, in conferenza, ha chiarito la linea: puntare sul gruppo, anche a costo di rinunciare a giocatori “che avrebbero meritato la convocazione, come Nicolò Zaniolo, Federico Bernardeschi e Nicolò Fagioli”. Una scelta netta, che dà coerenza al progetto ma allo stesso tempo alimenta il dibattito. Perché inevitabilmente riporta tutto a una domanda: in una sfida così, si può davvero rinunciare a chi sta meglio?
E qui sta il punto centrale. In uno spareggio, praticamente senza amichevoli, senza tempo per costruire, senza margine di errore, la forma deve essere il criterio guida. Non può essere uno dei fattori: deve essere il fattore. Perché non c’è il tempo di aspettare nessuno, né di recuperare chi non sta bene. Servono giocatori pronti subito, dentro una partita che non ammette repliche.
Una questione di credibilità
Perché rinunciare a un giocatore in fiducia come Riccardo Orsolini, o a chi sta vivendo una stagione positiva come Nicolò Zaniolo? Ancora una volta, la sensazione è che si scelga non ciò che serve davvero, ma ciò che si pensa debba servire. Un’idea, più che una necessità. È un copione già visto. Luciano Spalletti, all’Europeo, convocò Nicolò Fagioli dopo una stagione praticamente inesistente, con una sola partita nelle gambe. Una scelta che allora creò un alibi e che poi gli si è rivoltata contro.
È qui che il discorso si allarga. Non è solo una questione di forma, ma di credibilità. Una Nazionale, soprattutto in un momento così delicato, deve trasmettere un messaggio chiaro: “questi sono i migliori disponibili, qui e ora”. Senza dubbi e senza nomi che facciano discutere più per ciò che non stanno dando che per ciò che possono dare. Perché quando questa percezione manca, si crea automaticamente un alibi. E l’Italia, oggi, non può più permettersene. Non può permettersi scelte che dividono, né convocazioni che sembrano difendibili più sulla carta che sul campo.
Poi c’è l’altro lato della medaglia, quello più scomodo. Se davvero queste sono le scelte migliori possibili, se davvero non esistono valide alternative lasciate a casa, allora il problema si sposta. Non è più una questione di convocazioni, ma di livello complessivo.
Ed è una riflessione che fa male, ma che va affrontata. Perché se anche convocando i più in forma, i più pronti, i più credibili, il risultato resta in bilico – per di più contro una modesta Irlanda del Nord – allora significa che il gap non è episodico, ma strutturale. È il sistema che produce meno talento, meno qualità, meno differenza rispetto alle grandi nazionali.
In questo scenario, il CT Gennaro Gattuso può essere un fattore emotivo, una figura capace di tirare fuori qualcosa in più nei novanta minuti decisivi. Ma da solo non può colmare un divario che nasce da lontano.
Questa Italia, oggi, è abbastanza forte?
Se la risposta è sì, lo dimostrerà sul campo, senza alibi. Se la risposta è no, non sarà stata una convocazione diversa a cambiare il destino. Sarà solo l’ennesimo segnale di un problema molto più grande.
