Offside! Ci abbiamo riflettuto tanto. Non ci sono più parole. O forse sì, ma sono sempre le stesse.
L’Italia è fuori dal Mondiale. Ancora. Dopo la Svezia nel 2017 e la Macedonia del Nord nel 2022, adesso tocca alla Bosnia. Tre volte. Tre fallimenti diversi, ma terribilmente uguali.
La partita
La partita di Zenica lascia quello che lasciano sempre queste notti: episodi sfavorevoli, rimpianti ed errori. Un vantaggio gestito male, con l’espulsione di Bastoni al 41° che cambia tutto, una squadra che si abbassa, che perde controllo, che smette di comandare la partita. Poi i rigori e gli errori dagli 11 metri che non sono mai casuali fino in fondo…
Fermarsi alla sola analisi della partita e dei suoi momenti sarebbe però troppo comodo e soprattutto inutile.
L’Italia da anni ha una rosa che non ha più il peso internazionale di una volta, con un livello medio che si è abbassato senza che nessuno avesse il coraggio di denunciarlo a gran voce e di intervenire in maniera drastica. In Italia ci sono buoni giocatori, anche ottimi, ma non ci sono più quelli che spostano gli equilibri e che decidono le partite.
E allora come si fa?
Perché mentre altri crescono, investono, strutturano, noi siamo rimasti fermi agli anni ’90, con un sistema vecchio, che fatica a rinnovarsi, che produce meno talento e che soprattutto lo valorizza peggio. Settori giovanili che non incidono come dovrebbero, spazio dei giovani limitato e idee poche e confuse. Stadi vecchi, Stato fermo o assente. Ma intanto il mondo va avanti.
Le dimissioni di Gabriele Gravina sono l’inevitabile conseguenza, ma non possono essere la soluzione a tutto. Perché il rischio è sempre lo stesso: cambiare il nome ma lasciare tutto così com’è. Il punto è più profondo: è culturale prima ancora che tecnico.
Dal 2014 in poi – a parte la parentesi straordinaria della vittoria ad Euro 2020 – l’Italia ha smesso di essere una certezza ed è diventata “una delle tante”. Dopo il trauma della mancata qualificazione al Mondiale 2018 con Ventura in panchina si doveva ripartire davvero, era il momento zero ed avevamo avuto l’occasione per ricostruire, ma non lo abbiamo fatto e oggi ci ritroviamo qui, a raccontare la terza esclusione consecutiva da un Mondiale. Un fatto che, fino a qualche anno fa, sarebbe stato semplicemente impensabile. Adesso no. Adesso è realtà. Ma soprattutto adesso è diventato la normalità.
E allora sì, di nuovo, bisogna ripartire, sperando di evitare un’altra figuraccia mondiale quando, nel 2030, saranno 16 anni che gli Azurri non sono nella massima competizione internazionale. Anche se non doveva succedere e ce lo saremmo evitato volentieri. Ma stavolta non possono essere solo parole al vento. Ripartire significa mettere mano a tutto: ai giovani, alle regole, alle strutture, alla mentalità. Significa accettare che il calcio italiano, oggi, non è più quello che pensava di essere e da lì ricominciare da capo. Da zero!
Perché il problema non è essere caduti, ma non aver imparato niente le prime due volte. La terza esclusione – che sono 12 anni che l’Italia non c’è – adesso non lascia davvero più alibi.
Cause e possibili soluzioni
Dunque limitarsi all’analisi non basta più. Non dopo tre fallimenti così dopo anni passati a rimandare, rimandare e rimandare.
La prima risposta è anche la più scomoda: bisogna avere il coraggio di perdere qualcosa oggi per provare a tornare a vincere domani. Investire davvero sui giovani, non a parole, ma dandogli spazio, continuità e responsabilità. Anche quando sbagliano e anche quando il risultato immediato ne risente.
E allora serve una scelta chiara: limitare l’ingresso incontrollato di stranieri, alzare il peso dei giocatori formati nei settori giovanili, riportare al centro l’identità. Non per chiudersi, ma per ricostruire.
Poi c’è il tema delle strutture: gli stadi.
Questa non è solo una questione estetica e non riguarda solo i club. L’atavica questione degli stadi italiani – fermi ad Italia ’90 – è ormai un ritardo sistemico che pesa su tutto il movimento. Gli stadi di proprietà non sono un capriccio, ma una base da cui poter ripartire.
E qui il problema diventa politico. Perché in Italia costruire uno stadio è un percorso ad ostacoli. Fra burocrazia, tempi infiniti e resistenze politiche, dobbiamo imparare a capire che una Nazionale che salta tre Mondiali consecutivi non è più solo un problema calcistico, ma un segnale di un intero sistema che non funziona e che non riesce ad evolversi.
Le dimissioni del presidente della FIGC Gabriele Gravina, del capo delegazione Gianluigi Buffon e del CT Gattuso arrivano dopo una sequenza di fallimenti che, in qualsiasi altro contesto, avrebbero portato ad un cambio molto prima. Dal Mondiale 2022 all’Europeo 2024, fino a oggi, al disastro di Zenica…troppo tempo! Adesso serve aria nuova. Davvero.
Adesso servono idee nuove, ma anche facce nuove. Persone che conoscano il calcio, che lo abbiano vissuto, ma che abbiano anche una visione. Ex calciatori, leggende del calcio italiano, bravi dirigenti e profili capaci di guardare avanti con lungimiranza e capacità gestionali: Paolo Maldini, Roberto Baggio, Antonio Conte, Max Allegri, Adriano Galliani e Beppe Marotta sono solo alcuni dei nomi delle ultime ore.
Qui non si tratta solo di ricostruire una Nazionale, ma di rimettere in piedi un intero sistema calcistico.
Oggi fa male, domani sarà peggio
La verità è che oggi, dopo l’eliminazione dei playoff con la Bosnia, fa male. Tantissimo. Ma farà ancora più male tra qualche mese, quando il Mondiale inizierà e l’Italia non ci sarà. Di nuovo. Sarà lì che il vuoto si sentirà davvero.
E se nel frattempo non sarà cambiato niente, il rischio è che questo non sia il punto più basso, ma solo un’altra tappa nel lento scivolare del calcio italiano verso l’oblio.