L’Italia dai due volti. Per una che piange ce n’è una che sorride

Offside! L’Italia che non va al Mondiale, che sceglie i giovani e l’Italia che vince l’Europeo Under 17. Due facce della stessa medaglia, due fotografie scattate a pochi mesi di distanza.

La vittoria dell’Italia Under 17 all’Europeo è un segnale molto positivo. Vincere due titoli continentali giovanili in pochi anni (2024 e 2026) non è casuale. Significa che il lavoro nei settori giovanili, almeno in alcune realtà, sta producendo talento. La squadra del CT Daniele Franceschini ha mostrato durante il torneo qualità tecniche, personalità e organizzazione, elementi che nel calcio giovanile italiano non sono sempre scontati.

Dall’altra anche la scelta di Silvio Baldini – tecnico ad interim della Nazionale maggiore – di puntare su una squadra sperimentale e giovanissima nelle amichevoli successive al disastro della mancata qualificazione mondiale va nella stessa direzione: ricostruire partendo da chi ha fame, entusiasmo e margini di crescita. Nomi come Francesco Pio Esposito, Niccolò Pisilli, Francesco Camarda, Pietro Comuzzo, Cher Ndour o Honest Ahanor rappresentano una generazione interessante, probabilmente una delle migliori prodotte dall’Italia negli ultimi anni.

Tuttavia bisogna evitare l’errore che il calcio italiano commette spesso: confondere i successi giovanili con le garanzie per il futuro. La storia è piena di Under 17 e Under 19 vincenti che poi hanno prodotto pochi campioni. Il passaggio decisivo non è vincere un Europeo giovanile, ma trovare spazio in Serie A e nei grandi campionati tra i 18 e i 23 anni.

Ed è qui che l’Italia continua a inseguire. In Spagna, Francia o Germania un ragazzo di 18 anni gioca con continuità. Da noi troppo spesso viene considerato “acerbo” fino a 22 o 23 anni. Se questa nuova generazione avrà minuti, responsabilità e fiducia nei club, allora la rinascita sarà reale. Se invece resterà confinata nelle nazionali giovanili, il titolo europeo resterà una bella fotografia senza reali conseguenze.

Per questo le due immagini di un’Italia che piange e di una che sorride non sono in contraddizione. La Nazionale che non va al Mondiale e l’Italia che vince l’Europeo Under 17 sono la stessa nazione calcistica in due momenti diversi del percorso. La prima racconta il fallimento di una generazione e di un sistema che per anni ha smesso di produrre e valorizzare talenti. La seconda racconta una speranza.

La vera domanda non è se i giovani italiani siano buoni o no. Lo sono. La vera domanda adesso è se il calcio italiano sarà finalmente capace di farli diventare grandi.

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