Offside! Prima il gesto provocatorio di settembre di alcuni tifosi che hanno voltato le spalle all’inno di Israele, poi la contestazione esplosa nella trasferta degli Azzurri in Moldavia. Negli ultimi mesi il nome degli “Ultras Italia” è tornato a circolare con forza: episodi che hanno riacceso un dibattito che non riguarda soltanto il tifo.
Addirittura il CT della Nazionale Rino Gattuso ha parlato apertamente di una “vergogna” e ha ammonito i contestatori ricordando che “Quello che ho sentito è una vergogna. Sentire la contestazione fuori casa non lo accetto. Non è il momento di dire ai giocatori di andare a lavorare”.
Ma chi sono davvero gli Ultras Italia?
Per rispondere bisogna tornare indietro, perché questa sigla non è nata oggi e nemmeno è spuntata dal nulla come reazione al momento difficile della Nazionale. Le radici sono molto più profonde, intrecciate ad un certo modo di vivere il tifo, a un nazionalismo esasperato e ai legami con altri gruppi della galassia ultras italiana.
In un tempo storico in cui l’Italia è fuori dai Mondiali dal 2014, è comprensibile che esistano forme di rabbia, di frustrazione collettiva, perfino di protesta identitaria. Ma la storia degli Ultras Italia comincia molto prima e va letta per ciò che è stata: un progetto nazionale del tifo organizzato, con un’identità preciso e un retroterra che negli anni ha lasciato segni riconoscibili.

Alle origini degli Ultras Italia
L’esperienza degli Ultras Italia propriamente detti prende forma nei primi anni Duemila, subito dopo gli Europei del 2000, quando alcune tifoserie organizzate decidono di riunirsi a Verona e di unirsi sotto un’unica bandiera per seguire la Nazionale italiana in casa e in trasferta. A quel primo incontro partecipano gruppi provenienti da Hellas, Triestina, Udinese, Treviso, ma anche Lazio e Roma. Non si trattava di un gruppo unico e compatto, ma di una sorta di coordinamento tra diverse realtà ultras provenienti da curve differenti. A unirle non era solo la passione per l’Italia, ma anche un orientamento ideologico molto preciso: gran parte dei gruppi coinvolti gravitava nell’area dell’estrema destra.
Fin da subito il progetto si fece notare, nel bene e nel male. Le coreografie, gli spostamenti di massa, gli stendardi e la volontà di “portare la mentalità ultras” all’interno del tifo per la Nazionale erano elementi innovativi per l’epoca. Allo stesso tempo, fin dai primi anni emersero cori, slogan e prese di posizione apertamente politiche, con episodi di discriminazione e contestazioni legate alla presenza di calciatori di origine straniera o con background multietnico nella squadra azzurra.
Secondo le stime del Viminale in alcuni momenti gli Ultras Italia potevano contare tra i 500 e i 700 aderenti: numeri importanti, soprattutto considerando che il tifo della Nazionale non ha una curva “naturale” come un club, ma si ricompone ogni volta in città diverse, stadi diversi e contesti diversi.
L’intreccio con i Vikings
Per capire davvero chi fossero gli Ultras Italia bisogna però parlare dei Vikings. I Vikings, prima ancora che una tifoseria da club, erano una realtà che aveva scelto una precisa direzione culturale e ideologica. Alla fine degli anni Novanta venne creato un coordinamento chiamato Viking Italia, nato ufficialmente nel 2000 durante un raduno a Ravenna.
L’idea era chiara: seguire la Nazionale con un’identità fortemente connotata, riportando nel tifo azzurro la mentalità Viking, fatta di orgoglio, disciplina interna, simboli identitari e una forte impronta nazionalista.
Molti storici del tifo considerano i Vikings tra i promotori principali del progetto Ultras Italia. Non erano gli unici, ma erano certamente tra i gruppi più influenti e convinti nel portare il loro stile al seguito degli Azzurri.
Crescita e successivo graduale declino
Il nome Ultras Italia ha attraversato un periodo di grande visibilità tra il 2006 e il 2014. Le trasferte erano organizzate con largo anticipo, i gruppi si ritrovavano in raduni dedicati e in alcune città europee la presenza era massiccia. Parallelamente crescevano anche le polemiche, soprattutto per cori discriminatori e prese di posizione politiche che poco avevano a che fare con il calcio. Il caso dei cori contro Mario Balotelli, tra i più noti e più discussi, segnò una netta frattura tra gli Ultras Italia e l’opinione pubblica.
La sigla cominciò a comparire sempre meno, complice anche il mutare delle generazioni ultras, le misure di sicurezza, la diaspora interna e i nuovi gruppi che nel frattempo si erano affacciati al tifo azzurro. La fine non è mai stata ufficiale, ma nei fatti il progetto si è sgretolato. Questo non significa che quell’ambiente sia scomparso del tutto. Alcuni dei protagonisti di allora continuano a seguire da vicino la Nazionale, in forma meno strutturata ma ancora riconoscibile e non è escluso che, proprio alcuni di loro, siano stati tra i responsabili delle contestazioni più recenti, con Israele e Moldavia.

E oggi cosa resta?
Il gesto durante l’inno di Israele ha riportato a galla un nome che sembrava quasi svanito. Durante la telecronaca della partita, il giornalista della RAI Alberto Rimedio aveva infatti utilizzato proprio il termine “Ultras Italia”. Non è detto che quei personaggi si riconoscano ancora formalmente nella vecchia sigla, ma il filo che li lega a quella storia è evidente.
La contestazione di Chisinau, con cori indirizzati ai giocatori, si inserisce in questo contesto di malessere. Una Nazionale che non riesce più a qualificarsi ai Mondiali alimenta la frustrazione e come spesso accade nel calcio è il tifo più organizzato a richiamare l’attenzione nei momenti di crisi.
Una eredità che pesa
Gli Ultras Italia non sono più il gruppo che erano vent’anni fa. La loro sigla non ha più la forza né la struttura di allora, ma la loro eredità simbolica, politica e identitaria, non si è mai del tutto dissolta.
Il ritorno del nome nelle cronache non è casuale, ma il segno che quel modo di intendere il tifo, quel bisogno di identità e quella forma di protesta continuano ad avere spazio sugli spalti della nostra Nazionale.